La Giamaica ai mondiali di Francia’98 : quando Baristi e portieri d’albergo hanno fatto la storia.

Storie irripetibili, favole sensazionali, piccolissime realtà che si siedono al tavolo dei grandi e provano a gustare piatti prelibati mai assaggiati prima. L’avventura della Giamaica ai mondiali francesi del 1998 è stata breve ed è quasi passata inosservata, ma resterà sempre impressa nel cuore di tutti i nostalgici.

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Storia ed esordi

Tutto cominciò il 31 marzo del 1996 a Paramaribo, Suriname 0 -Giamaica 1. Tutto finirà il 26 giugno del 1998 a Lione, Giappone 1 -Giamaica 2 con doppietta di un certo Theodore Whitmore.

Ma percorriamo questa storia a piccoli passi partendo dal fatto che in Giamaica il calcio non è sport nazionale . Lo sport di riferimento infatti è il cricket ,di cui i giamaicani ne vanno piuttosto fieri. Nelle 15 edizioni del mondiale precedenti a quello di Francia ’98, la nazionale Giamaicana per ben 10 volte non partecipò  alle qualificazioni.

Nel 1994 diventa presidente della federazione giamaicana di calcio il “Capitano”Horace Garfield Burrell. . Burrell ha una lunga carriera militare alle spalle, è stato capitano delle forze armate giamaicane e proprio durante questo periodo si prende a cuore le sorti della squadra di calcio dell’esercito. In soli 3 anni  porta la compagine delle forze armate a vincere nel 1985 il primo e unico campionato giamaicano della sua storia. In questo periodo conoscerà Jack Warner, futuro presidente della Concacaf, che lo inviterà a diventare membro esecutivo della CFU (Caribbean Football Union).Terminata la carriera militare, si tuffa nella ristorazione aprendo la catena “Capitan’s Bakery”. Il calcio rimane comunque parte importante della sua vita e continua la collaborazione con la federcalcio giamaicana di cui per 2 anni sarà anche tesoriere, spianandosi la strada verso l’elezione come presidente.

Burrell coltiva un sogno, ed è addirittura convinto che questo possa diventare realtà . Il suo obbiettivo era quello di portare i REGGAE BOYS ( cosi erano chiamati i giocatori di quella storica nazionale) ai mondiali francesi del 1998.  Ovviamente la nazionale doveva comunque rinforzarsi poiché affrontare un competizione mondiale senza atleti che avessero un minimo di esperienza  sarebbe stato come combattere una guerra senza armi.

In primis si doveva cercare un commissario tecnico e Burrell  ne desiderava uno degno di portare in alto il nome di quel paese.

Cosi dopo aver parlato e specificato al ministro di allora Patterson  , che la partecipazione al mondiale  della Giamaica avrebbe migliorato la qualità di vita del paese e avrebbe rappresentato una via di fuga e un bene per il suo popolo  si comincia la ricerca di un timoniere. Serviva un nome che potesse passare alla storia. Dove andare a cercarlo?

Burrell punta in alto e si proietta alla ricerca di un CT brasiliano dal momento che il Brasile, in quegli anni,  esprimeva il miglior calcio al mondo. Sei sono i nomi che gli vengono proposti, la scelta ricadrà su quello che più l’ha colpito per la meticolosità del suo modo di far calcio.

Il nome è René Rodrigues Simões.. Baffi folti e occhiali spessi. Renè sembra quasi una buffa maschera di carnevale.

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La nuova Giamaica

Come prima cosa chiede di poter vedere le strutture e controllare che tutto fosse a norma. Ma ovviamente quello che trova, sono delle strutture  pessime, che quasi lo costringono a tirarsi indietro.

Simões si ricrede solo dopo aver visto un match del campionato locale, quando scorge delle potenzialità nei calciatori e pertanto si convince ad accettare la missione.  Il CT  organizza un gran numero di amichevoli (in 4 anni saranno circa 120 le partite dei Reggae Boyz). Resta però una questione da risolvere tutt’altro che banale : quella dei giocatori a disposizione.  Serviva esperienza e qualità. Per la prima sfida Burrell si affida ad alcuni atleti che già militavano nel campionato inglese (Deon Burton attaccante del Derby County, Paul Hall punta del Portsmouth e Fitzroy Simpson ala sinistra sempre del Portsmouth) e che di esperienza ne avevano maturata a sufficienza. Per la qualità  bisognava correre il rischio , si ma dove cercarli? Considerato che l’isola era da anni una meta turistica mondiale, Burrell  pensa bene ai resort e ai grandi alberghi.

Ecco  che spunta il nome di Theodore Withmore  che lavorava come barman in un hotel. Stessa sorte per l’esterno sinistro Sinclair, il quale aveva trovato impiego come “Hotel porter” nonché un semplice portiere d’albergo. Inizia a prendere forma la nazionale che scriverà una delle più belle pagine del calcio mondiale. Tuttavia , manca ancora un tassello:  Robert Earle. Earle è uno dei cardini del Wimbledon in Premier , uno che la nazionale inglese l’ha sfiorata in più occasioni e non si lascia convincere cosi facilmente. Burrel decide quindi di invitare il giocatore e la famiglia in terra giamaicana. Robbie torna alle origini e non impiega molto a convincersi che quella era la sua nazionale. L’armata dei Raggae Boyz è pronta.

Simões e la federazione giamaicana si attivano e propongono alle varie multinazionali (come Burger King, Shell e Citybank) di “adottare un campione”. L’iniziativa ha successo e alla federazione entrano anche i soldi necessari per pagare, almeno in parte, le trasferte internazionali.

LE QUALIFICAZIONI. 

ll debutto è previsto il 7 settembre 1997 in casa contro il Canada. Burton impiega 55 minuti a scrivere il proprio nome tra i marcatori, piegando così i canadesi. Sette giorni dopo lo stesso Burton si ripete (grazie a un regalo generoso del portiere avversario) sempre a Kingston ma contro la Costa Rica. Punteggio pieno dopo le prime due gare, prima della difficoltosa trasferta negli Usa. Il 5 Ottobre si vola a Washinghton.

Eric Wynalda porta in vantaggio gli americani. A pareggiare i conti ci pensa, un minuto dopo, il bomber Deon Burton. Il tabellone finale recita 1-1.  Discorso qualificazione che, a questo punto, potrebbe essere archiviato vincendo il 9 novembre a San Salvador. La partita tuttavia terminerà in parità, con i festeggiamenti che saranno rinviati alla gara successiva con il Messico. A Simões per l’impresa serve un pareggio casalingo contro un Messico già qualificato o, in alternativa, sperare che i salvadoregni non riescano a battere in trasferta gli Stati Uniti.

Il 16 novembre del 1997 l’Indipendence Park di Kingston è un muro giallo-verde. Il Messico non punge quasi mai. La Giamaica sfiora più volte la rete, evitata soltanto dai miracoli del portiere Oswaldo Sanchez.

Nell’altra gara gli americani conducono per 3 reti a 2 contro El Salvador, poi improvvisamente all’82’ il serbo-americano Predrag “Preki” Radosavljević sigla la quarta marcatura per gli States regalando la certezza matematica della qualificazione ai giamaicani. L’Indipendence Park di Kingston esplode gridando “USA! USA!”.  Al triplice fischio c’è chi piange, chi ride e chi prega, chi ringrazia e chi ancora con occhi increduli stenta a realizzare quanto accaduto: la Giamaica, per la prima volta nella storia, è qualificata ai mondiali di calcio.

Il premier Patterson dichiara festa nazionale per il giorno seguente e la sera stessa l’impianto di casa diventa sede di un concerto improvvisato da calciatori e cantanti. Si brinda e si balla sulle note di One Love, un celebre pezzo inciso da un altro grande artista che ha scritto la storia del Raggae Jamaicano e poi mondiale: tale Robert Nesta, a tutti noto come Bob Marley.

Si vola in Francia.

Il 14 giugno 1998, allo Stade Félix-Bollaert di Lens, i Reggae Boyz cominciano la loro avventura. Da Kingston a Montego bay, passando per tutte le “Colonie” in giro per il pianeta, tutti i giamaicani attendono impazientemente il fischio d’inizio. La Giamaica è stata inserita nel gruppo H con Argentina, Giappone e Croazia.

La gara d’esordio è con i croati e terminerà con un 3-1 in favore di quest’ultimi. Sette giorni dopo, al Parco dei principi di Parigi, la piccola Giamaica si trova davanti un colosso del calcio internazionale come l’Argentina. Simões passa al 4-4-2. L’Albiceleste passa in vantaggio al minuto 33, con uno “scavetto” del “Burrito” Ortega. La Giamaica non si rende mai pericolosa ma regge botta, avviandosi a chiudere il primo tempo con un solo gol di svantaggio. Nel recupero però Darryl “Pow-Pow” Powell entra in maniera folle su Ortega, riceve il secondo giallo e termina così il suo mondiale. La nazionale di Passarella nel secondo tempo dilaga: Ortega fa doppietta al 55′ con la fotocopia del primo gol, mentre al 72′ esimo sale in cattedra Gabriel Batistuta che, con due destri precisi e un calcio di rigore, fissa il il risultato sul 5-0. Partita a senso unico e giamaicani costretti a rifar le valige. Resta però l’ultima partita del girone: inutile per la classifica ma decisiva per l’onore.

Alle ore 16 del 26 giugno del 1998 allo Stade Gerland di Lione va in scena la la “Finalina” del girone H. Il Giappone arriva a questa sfida dopo due onorevolissime sconfitte per 1 a 0 contro Argentina e Croazia. L’eroe di giornata diventa proprio “il barista” Theodore Withmore. E’ lui  infatti a siglare la doppietta che consente alla Giamaica di conquistare i suoi primi tre punti nella storia in una competizione mondiale. I Raegge boyz dunque superano per 2-1 il Giappone ed è immediatamente festa grande.

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Si torna a casa a mani vuote ma con il cuore pieno di sorrisi e soddisfazioni. I giocatori di quella nazionale saranno accolti da orde di tifosi festanti all’arrivo in aeroporto a Kingston. Peccato per quel sogno che sfumò così presto, ma forse non c’era da rammaricarsi. Il sogno tanto desiderato si era già avverato quel 16 Novembre del 1997, quando un’isoletta nel cuore dei Caraibi ha scritto una delle più belle pagine della storia dei mondiali.

 

Il ricordo di un’estate lunga 20 anni: Le inennarrabili emozioni racchiuse nello scrigno di Stanford.

 

“IL RICORDO CONSERVA QUELLO CHE IL TEMPO TENTA DI CANCELLARE.”

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La storia è strana e vive di ricordi . Momenti , attimi che per qualche motivo hanno segnato indelebilmente le pagine della nostra vita.

Poi ci sono quegli scenari che rievocano le memorie di un trionfo, di un semplice traguardo raggiunto, di un esperienza vissuta a pieno e terminata con un sorriso nostalgico sul volto.

C’è uno scrigno , situato nella California del nord , precisamente nella Contea di Santa Clara, a circa 60 chilometri a sud di San Francisco che racchiude l’emozione nostalgica di un estate torrida piena di memorabili trionfi. Per tanti un’estate come le altre, per loro una di quelle indimenticabili,dopo aver scritto una delle pagine più belle della storia del calcio.

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Benvenuti a Stanford!

Forse sarà semplicemente l’entità del nome  visto che questa etichetta non è poi cosi rara sentirla pronunciare da noi amanti del calcio. Lo stesso Stamford Bridge , casa dei blues in Inghilterra è uno di quegli scenari che di trionfi ne ha visti a centinaia, un catino di emozioni pronto ad esplodere quando la nostalgia si affaccia.

Ma in realtà i due stadi hanno in comune solo il loro modo di esser pronunciati ( le due parole sono scritte in modo diverso).

Da una parte il calcio, dall’altra l’istruzione applicata allo sport. Da un lato uno degli impianti più prestigiosi d’europa , dall’altro una delle università più affermate nel mondo. Si perché da qui è partita una delle dichiarazioni filosofiche più belle di sempre. Fu un certo Steve Jobs a rilasciarla e per molti è diventata una vera e propria filosofia di vita .

  “ Remembering that you’re going to die , is the best way I know to avoid the trap of thinking  you have something to lose.You are already naked. There is no reason not to follow your  heart.”  (Steve Jobs, Stanford University). 

E allora forse , queste parole sono state davvero presa alla lettera da c.t Tommy Svensson e la sua nazionale nel mondiale a stelle e strisce del 1994. Apparentemente una nazionale come tante, che vantava malgrado alcuni nomi importanti ( Ravelli, Brolin, Larsson) ma sulla quale ,nessuno mai avrebbe scommesso. Cosi la Svezia di quel mondiale ha saputo miscelare carattere e cuore.  Trovare malgrado , il giusto equilibrio psico-fisco sui campi viste le temperature non era un aspetto del tutto scontato .  A distanza di 36 anni, gli scandinavi tornarono  inaspettatamente sul podio mondiale.

Klas Ingesson e i sogni della sua Svezia

Tralasciando però quelli che furono i risultati, la mia attenzione si focalizza in particolare sulla gara contro la Romania , nonché un punto di svolta per gli scandinavi nel mondiale ’94. Si gioca allo Stanford Stadium , situato all’interno del celebre complesso universitario. Questa è anche una delle particolarità che caratterizzarono quel mondiale che adibiva stadi di football, impianti sportivi universitari all’evento della Coppa del mondo.

Torniamo però  a quella partita , non una delle più brillanti sicuramente sul profilo del gioco,  ma che vide gli scandinavi conquistare  la semifinale con il Brasile superando i rumeni ai calci di rigore . L’ eroe di giornata è il “goalkeeper” (cosi come dicono gli americani) , Thomas Ravelli che neutralizza con un guizzo il rigore decisivo calciato da Belodedici.

Momenti unici per la squadra di Svensson e per l’intero paese; raggiungere la semifinale mondiale era come aver scalato l’Olimpo.

Malgrado l’eliminazione successiva ad opera del Brasile e il mancato accesso alla finale di Pasadena, la Svezia riuscirà a “consolarsi” (se cosi si può dire ) salendo sul 3°gradino del podio dopo aver superato per 0-4 la Bulgaria. Ma le aspettative erano già superate e quel bronzo aveva un valore che andava al di là della medaglia stessa. Gli scandinavi avevano appena scritto una delle più belle pagine del calcio mondiale.

A distanza di vent’anni da quel quarto di finale disputato con la Romania, lo scrigno di Stanford conserva ancora intatte le memorie di quell’impresa. Chiedetelo a chi come  Ravelli , Brolin e Coach Svensson ha deciso di tornare a respirare la magia nostalgica di quel trionfo proprio li nel cuore della California , dentro il tempio dei ricordi.

Quello che vi ripropongo qua sotto è un video diviso in due parti. Guardatelo attentamente.Malgrado sia in lingua originale svedese , vorrei che soffermandovi sulle immagini provaste a calarvi (come anch’io ho fatto) ,con vena nostalgica, nell’emozione di chi come loro ha vissuto il mondiale a pieno .Poi frugando nel cassetto dei ricordi , cerca di ricomporre il puzzle di quell’indimenticabile e torrida estate americana del ’94.

Quasi sicuramente, ai lettori più attenti e nostalgici il video  avrà suscitato un mucchio di incredibili ricordi . Mi sono chiesto in prima persona, poco dopo averlo visto, come sia possibile a distanza di tanti anni , che si possano riscoprire e rievocare emozioni così forti semplicemente toccando posti e luoghi apparentemente cosi lontani da noi.

Thomas Ravelli nella parte iniziale ( min 00:58) sembra davvero rivivere l’emozione del momento.Il suo ingresso nel rettangolo , lo sguardo e la mente che  percepiscono qualcosa di ormai lontano . Allo stesso tempo, pochi istanti dopo,  rievocano l’attimo e incredibilmente l’eroe svedese si lascia andare in una corsetta lenta a braccia aperte che riporta a quella fatidica vittoria del 10 Luglio ’94.

E cosi Stanford , da tempo sembra diventato il tempio della nostalgia. Quell’ amplesso universitario di fama mondiale, racchiude al suo interno uno stadio pieno di storia, ricco di memorie.Uno scrigno colmo di emozioni che per anni sono rimaste vive e continueranno a vivere aspettando che di tanto in tanto qualcuno le risvegli.

Un vecchio proverbio afferma:

“Quando ti viene nostalgia, non è mancanza.

E’ presenza di persone, luoghi,emozioni che tornano a trovarti.”

Cosi magari se un giorno vi capitasse, di trovarvi nei dintorni di Santa Clara e chiedete dello Stanford stadium non sorprendetevi se gli americani stessi da un po’ di anni a questa parte lo hanno etichettato col nome di ” The Bowl of memories”.

Tradotto non è altro che ” il catino dei ricordi”. Lo chiamano The Bowl perché visto dall’alto ha davvero la forma di un grosso catino, “dei ricordi” beh perché dopo tutto anche a loro quell’estate del mondiale è rimasta nel cuore.

Lasciatevi andare ,solo allora forse,  capirete il perché di quella sua atmosfera così magica e riuscirete a darvi una spiegazione crogiolandovi nelle sue nostalgiche reminiscenze.

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Il codino che disegnava poesia. Un augurio speciale a Roby nel giorno del suo 51°compleanno.

Ci sono storie che non smetterei mai di leggere.

Ci sono storie che meriterebbero un posto nelle scuole.

Ci sono storie, come quella che sto per raccontarvi, che più che storie assomigliano a poesie.

“A veder giocare Baggio ci si sente bambini. È l’impossibile che diventa possibile. Una nevicata che viene giù da una porta aperta del cielo”.

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Parole e musica di Lucio Dalla.Un poeta. Robi compie oggi 51 anni eppure sembra ieri quando danzava con il pallone tra i piedi.

Il calciatore Baggio è una macchina non semplice da spiegare.La sua carriera calcistica comincia dal Vicenza poi un brutto infortunio al ginocchio fa temere il peggio al divin codino .Dieci ore di intervento nella clinica del professor Bousquet. Una sfida disperata. Che Robi vince. E tutto, d’incanto, diventa magia.Il passaggio alla fiorentina segna una svolta nella carriera di Baggio e proprio con la maglia viola segna un gol da copertina nel tempio di Maradona , il San Paolo. La Fiorentina è il suo trampolino di lancio. Un rapporto profondo. In realtà mai tradito. Perché i primi amori hanno sempre qualcosa di speciale. C’è chi come Gianni Rivera ,  è colto da una forte ammirazione nei confronti di Roby tant’è che disse:

“Baggio è l’ultimo romantico del calcio, l’unico calciatore che riesce a non farmi cambiare canale in tv”.

e chi invece come Michel Platini nutriva qualcosa che proprio non gli andava giù  tanto da cucirgli sulla pelle questa etichetta:

“Baggio non è un dieci, è piuttosto un 9,5”.

E non era un modo per incoronarlo.Piuttosto il tentativo di ingabbiarlo in un’etichetta che era tutto e niente. Scatto, dribbling e conclusione vincente sull’uscita del portiere è stato il pezzo forte del suo repertorio. Ma come dimenticare le sue pennellate su punizione. E la freddezza nei suoi faccia a faccia con i portieri. Spietato come i pistoleri di Mezzogiorno di Fuoco. Il tutto riuscendo a convivere con delle ginocchia tenute insieme da ore e ore di lavoro in palestra e dalla sua voglia di non arrendersi.

 

Robi non è mai stato una persona fragile. È andato dove lo portava il cuore. Al Milan perché aveva speso una parola con Berlusconi, al Bologna perché aveva bisogno di ritrovare calore umano, all’Inter perché da ragazzino era tifoso nerazzurro e infine al Brescia perché il calcio è bello a prescindere dalla classifica. E dove è andato i tifosi lo hanno trattato da eroe. Non solo per i suoi gol. Ma per tutto l’effetto Baggio. Un effetto gioia. Amato dalla gente, sopportato a fatica dagli allenatori. Robi è stato un problema per Capello ai tempi del Milan, per Ulivieri nella parentesi Bologna e per Lippi nel breve ciclo Inter. Per non parlare di quando Ancelotti, a quei tempi allenatore del Parma, invitò il suo patron Tanzi a non ingaggiare il Codino. Poco adatto alle sue idee calcistiche. Storia strana, questa. Difficile, quasi impossibile da spiegare. Ma non chiedete a Robi. Vi risponderebbe con un sorriso.

 Robi Baggio nasce a Caldogno il 18 febbraio del 1967, da mamma Matilde e babbo Florindo. Ha rischiato di chiamarsi Eddy (ci si chiamerà il fratello minore) perché il papà, pazzo di ciclismo, era un tifoso scatenato di Merckx. Una vita calcistica con tante maglie: Vicenza, Fiorentina, Juve, Milan, Bologna, Inter, Brescia. Ma se devi immaginarlo con un colore ti viene a mente l’azzurro. Azzurro Italia. Robi è sempre stato vissuto come il campione di tutti. Lui, capace di accendere le notti magiche del Mondiale in casa nostra, nel ’90; lui l’unico azzurro ad aver lasciato la sua firma nel tabellino dei marcatori in tre Mondiali; lui capace di conquistare la fiducia dei c.t. indossando cinque maglie diverse. Nobili e meno nobili. E pazienza per quel rigore sparato al cielo nella finale di Pasadena contro il Brasile.

I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli”.

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Robi ci aveva fatto scendere da un aereo pronto a riportarci a casa. Un mondiale , quello americano pieno di vicissitudini e contraddizioni . Nonostante tutto , nonostante alcuni screzi Robi aveva saputo farsi amare anche dal c.t Arrigo Sacchi , perché era diventato l’emblema di quella nazionale , il suo spirito da trascinatore ci aveva condotti fin lì , dove mai nessuno avrebbe pensato , alla finale di Pasadena. Il mitico Pelé elogiandolo ,gli dedicò questa frase:

Baggio è una leggenda ed è bello viverlo con la sua semplicità, il suo talento ha segnato il calcio italiano.”

La Perla Nera lo considerava un brasiliano nato per sbaglio in Europa. Del resto, Robi è cresciuto nel mito di Zico. Dribbling, punizioni telecomandate. Un pallone da accarezzare. Piedi sudamericani.

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Baggio festeggia 51 anni e sta cominciando a decidere cosa farà da grande. Per tre anni è stato presidente del Settore Tecnico. Lui aveva idee rivoluzionarie ma il movimento cercava solo una bella figurina da attaccare all’ingresso del centro tecnico di Coverciano. Per un certo periodo ha coltivato l’idea di inventarsi allenatore. È bastato far filtrare il messaggio per ricevere le prime proposte. Baggio è un bel nome da spendere. Ma l’idea è evaporata senza lasciare traccia.

Robi e il pallone non sono due facce della stessa medaglia. O meglio non lo sono più da quando ha appeso le scarpette al chiodo. Il calcio è uno dei suoi divertimenti. Da vivere in maniera leggera. Quando capita.  Gli artisti sono sempre più merce rara. Il pallone non è più un lavoro. C’è quando capita. Quando magari un filo di nostalgia riaffiora. Quando partecipa a degli eventi e viene travolto dall’ amore della gente. Che non lo ha scordato.

Robi anche con qualche filo bianco tra i capelli è rimasto un inguaribile romantico. Capace di nascondersi per un anno ma pronto come tutti ricordiamo ad accompagnare l’amico Stefano Borgonovo nella passerella al Franchi spingendo la sedia a rotelle e raccontandogli una battuta dietro l’altra per tranquillizzarlo.Risultati immagini per ROBY BAGGIO borgonovo

Il Baggio campione è solo un dolce ricordo. Il Baggio uomo ora ha un’altra sfida in testa. Per i prossimi dieci anni sogna di sviluppare a livello mondiale un progetto legato ai giovani e al calcio. E l’obiettivo primario non è creare campioni ma far crescere i ragazzi nella maniera giusta. Il Peter Pan di Caldogno non ha mai smesso di coltivare sogni.

TANTI AUGURI DIVIN CODINO! Risultati immagini per baggio

USA ‘ 94: IL ricordo di un compleanno amaro.

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Il 5 luglio 1994 Zola coronava il suo sogno: esordio ai Mondiali di Calcio proprio il giorno del suo compleanno. Non aveva previsto il clamoroso abbaglio dell’arbitro Brizio, espulsione diretta e discesa negli inferi del piccolo tamburino sardo…

 

Si vola a Boston in un caldo ed afoso pomeriggio di luglio, correva l’anno 1994 ed al Foxboro Stadium gli azzurri guidati da Sacchi dopo aver superato il girone di qualificazione con non pochi alti e bassi (ripescati tra le migliori terze), si apprestano ad affrontare la Nigeria , una delle nazionali rivelazione del torneo.

Si perché gli africani, vantano una nazionale piena di giocatori interessanti, Amunike , Amockachi un giovanissimo Okocha ed soprattutto hanno dalla loro una condizione atletico -fisica impressionante. Dopo aver vinto la Coppa d’ Africa sono approdati al mondiale negli States come nuova matricola, ma non hanno impiegato  tanto a dimostrare al mondo intero che quella squadra di “matricola” aveva ben poco. Vincono con Bulgaria e Grecia e mettono a dura prova l’Argentina ( che poi vincerà 2-1) conquistando come primi classificati l’accesso agli ottavi. Ed eccoci qua , di nuovo da dove siamo partiti: da Italia-Nigeria.

La partita sarà molto fisica ,ma la nostra attenzione non è incentrata sui 90°min di gioco, bensì si sposta al min’79  su quel volto esterrefatto ,che esplode in lacrime e su quel  cuore sardo incredibilmente infranto dal messicano Brizio Carter.

Gianfranco Zola è un sardo un po’ diverso dalla sua gente, non è scontroso, non è chiuso, della sua terra ha soltanto la timidezza tipica di un’isola staccata dall’Italia, considerata per troppo tempo, e ingiustamente, una costola lontana dal corpo del paese. La presenza di Zola nel mondiale aveva riavvicinato la Sardegna all’Italia, quanto, e forse più, la presenza nei ruoli dirigenziali di un altro antico campione che in Sardegna ha conosciuto i suoi fasti, Gigi Riva.

Il mondiale di Zola era cominciato in un secondo tempo di angosciosa sofferenza. Eravamo sotto di un gol con la Nigeria, la possibilità di uscire dal mondiale era così grande e così evidente che il suo inserimento in campo era sembrato a tutti l’ultima mossa disperata. Zola era pronto, si era scaldato per qualche minuto ai bordi del campo, stava bene, si era sempre allenato per tutto il ritiro, come le altre riserve, ben sapendo che per lui sarebbe stato più difficile ritagliarsi un angolo di popolarità in quel mondiale.Del resto, era arrivato in America dopo che Sacchi aveva rinunciato (su richiesta dello stesso giocatore) a Roberto Mancini, stufo di essere considerato soltanto l’alternativa di Baggio.

Mai un lamento, mai un’osservazione fuori posto, sempre al lavoro, mettendo tanta umiltà con la grande considerazione di Gigi Riva che, alla vigilia del mondiale, lo aveva pronosticato fra le grandi sorprese. Riva, probabilmente, ci avrebbe indovinato se quel dannato Brizio non si fosse messo in mezzo. In campo, contro la Nigeria, mentre gli altri azzurri si stavano spegnendo e si profilava una grossa debacle, Zola stava conquistando spazio su spazio. Ormai sembrava l’unica salvezza, il solo appiglio, l’unico giocatore pronto a combattere fino all’ultimo istante quella battaglia incredibile. In qualche modo aveva rianimato anche Roberto Baggio, che era rimasto in campo proprio per sfruttare il genio del suo collega di fantasia. Sacchi aveva pensato a quei due per evitare la sciagura nazionale.

Cosi al min’79 il messicano Brizio Carter, nonché direttore di gara, decide la massima sanzione per l’intervento di Zola sul terzino nigeriano Eguavoen. Un arbitro maldestro, inadeguato e incompetente gli aveva sbattuto in faccia un cartellino rosso. Fuori dal campo un attimo dopo l’inizio del suo mondiale. E per cosa, poi? Per un fallo che non sembrava neppure fallo, per un intervento magari non dolcissimo ma neppure meritevole di un’ammonizione.

“Quando l’arbitro ha fischiato, ho pensato: guarda questo che fa, fischia una punizione che non esiste. Quando ha messo la mano nel taschino, ho avuto paura: e ora che combina? Mi ammonisce? E’ incredibile. Quando ho visto il cartellino rosso non ci volevo credere. Espulso? lo? E perché? No, no, non è vero, fermatelo, fermatelo“.

Proprio quel giorno , del suo esordio al mondiale e della sua espulsione, era il giorno del suo compleanno.Ventotto anni compiuti in quel modo, dalle stelle alle stalle afferma un vecchio proverbio, da una festa grandiosa a una festa sciupata.Non c’era niente che potesse consolare le lacrime di Zola .Tuttavia ci piace pensare che il sacrificio di Zola non sia stato vano. Perché la sua espulsione scatenò in qualche modo la grande reazione dell’Italia, una reazione che ci portò dall’Atlantico al Pacifico, dal Massachusetts all’assolata California, da Boston a Pasadena in quello che sarebbe stato un viaggio entusiasmante. Ferita  da una così grande ingiustizia, la nazionale ritrovò la sua anima e Baggio, toccato dal genio del suo amico, riscoprì se stesso e il gol. Tutto questo succedeva mentre il piccolo Gianfranco, sorretto dal capo-delegazione Raffaele Ranucci e da uno degli uomini dell’ufficio stampa, Stefano Balducci, stava crollando in una paurosa crisi di nervi.

 

“La rabbia che ti resta dentro è incredibile. Non avevo mai provato niente di simile. Lasciavo la nazionale in dieci nel momento più difficile del nostro mondiale. Ho pensato anche a me, ma solo per un momento, pensavo soprattutto ai miei compagni che volevano farmi coraggio ma non avevano le parole, non avevano la forza. Vedevo i loro occhi iniettati di sangue, io ero l’uomo più fresco, potevo fare qualcosa, potevo aiutarli, e invece mi hanno strappato via.”

Aveva sperato per un attimo che i giudici della Fifa fossero comprensivi, che la pena fosse mite dopo quella ingiustizia. Ogni volta che c’è un’espulsione sono due giornate di squalifica, ma tutt’altro , i giudici non avevano sentito ragioni,due turni di squalifica anche per Zola. In compenso, avevano spedito a casa l’arbitro messicano.

Intanto la nazionale era riuscita nell’impresa e si era guadagnata l’accesso ai quarti ma l’amarezza e la delusione per quell’ espulsione restavano grandi.Come avrebbe potuto spiegare agli amici di Oliena quella sua grande delusione? Quel giorno, il 5 luglio, poteva cambiare il suo mondiale, ci stava entrando, anzi, c’era entrato, ma lo avevano sbattuto subito fuori.

Ma con grande forza, e con quel silenzio che è uno dei più antichi rifugi della sua gente, Gianfranco Zola aveva cominciato a tifare e a sperare. Bastava superare i quarti, entrare nelle prime quattro, perché in una delle due finali ci fosse anche il suo nome scritto nel referto ufficiale consegnato alla Fifa.

Il successo degli azzurri ai danni della Spagna, determinò automaticamente che la nazionale guidata da Sacchi fosse entrata nelle prime quattro nazionali del mondo, nelle file della panchina un piccoletto gioiva e saltava più degli altri .

Quel cuore infranto si era preso la sua rivincita e Zola adesso poteva finalmente spegnere le candeline di una torta che era sembrata fin dal primo boccone , forse fin troppo amara.

Diego e il doping ai mondiali americani: l’inizio di una triste fine.

 

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Quando si parla di doping e si analizzano casi come questo non è mai facile prendere posizioni a favore dell’uno o dell’altro e dire chi effettivamente abbia ragione. Assumere sostanze illegali è certamente una violazione non da poco per quello che concerne le regole sportive; resta però da capire se ci sia stata veramente la volontà del giocatore o forse meglio dire una propria conoscenza di ciò che il proprio corpo avrebbe assimilato o se tali sostanze siano state semplicemente somministrate da qualche ” genio dello sport” per rendere quella figura malcurata e tralasciata un’incredibile macchina da soldi scolpita . Si perché Diego doveva essere un’icona di quel mondiale, una delle star che insieme ai vari Romario , Stoichkhov e Roberto Baggio avrebbero in un certo senso fatto decollare il mondiale americano oltre l’indifferenza del popolo statunitense verso il calcio. Premesso che la nazionale Argentina sbarca negli States a seguito di un travagliato girone di qualificazione ,che l’ha vista (ancora priva di Diego) prima soccombere al Monumental per 0-5 contro i cafeteros in una di quelle che sarà ricordata come la più grossa sconfitta nella storia dell’albiceleste e poi costretta allo spareggio intercontinentale contro l’Australia. Qui Diego Maradona torna in scena da capitano, ma ancora una volta la stranezza torna a galla nel caso di Diego. Ciò che non si spiega è come sia possibile che in partite di tale caratura(essendo uno spareggio intercontinentale) nessun tipo di controllo sugli atleti venisse effettuato. Maradona torna in scena e sembra completamente rigenerato. Neanche lontanamente riconoscibile dalla figura appesantita e goffa che era apparsa fin dall’amichevole pre-mondiale con la Croazia. Merito di un certo Daniel Cerrini body builder che allo stesso tempo si definiva preparatore fisico e dietologo . La verità era tutt’altra , Cerrini era si un body builder ma con il calcio e tutto ciò che si allacciava alla sua preparazione aveva ben poco a che fare, o forse più semplicemente non ne sapeva niente. A questo punto la domanda che nasce spontanea ai lettori è questa: Allora Perche’ Maradona accetto’ di allenarsi agli ordini di un personal trainer che non sapeva niente di calcio ma solo di culturismo, come Daniel Cerrini?  Si ipotizza che Cerrini fosse un caro amico di Diego e fu lo stesso Maradona che recatosi da lui decise di riporre la sua “rinascita” nelle mani del “preparatore”. In pochi mesi Diego perse ben 15 chili  a prezzo di un lavoro durissimo in palestra, ma anche di un trattamento farmacologico extrastrong. 

“Daniel Cerrini mi aveva aiutato a trovare il peso-forma quando andai a giocare col Newell’s di Rosario. Usavo una dieta cinese. Cerrini era un dietologo e un preparatore fisico di cui mi fidavo. E perciò lo volli anche in America.”

La cura extrastrong di Cerrini prevedeva la somministrazione di un prodotto chiamato Ripped Fast  prettamente finalizzato a ridurre lo stimolo della fame e permesso dai regolamenti FIFA secondo le successive dichiarazioni di Diego . Giunti negli, States precisamente a Boston questo prodotto sembrò risultare introvabile così che Cerrini pensò di somministrare al Pibe de oro qualcosa di simile chiamato  Ripped Fuel : peccato che le funzioni di quest’ultimo fossero ben altre e soprattutto che il seguente prodotto conteneva sostanze illegali tra le quali efedrina che porteranno il campione ad una totale debacle. Cosi dichiarera’ lui stesso:

 “Per ridurre lo stimolo della fame, in Argentina, prendevo il Ripped Fast permesso dai regolamenti Fifa. A Boston non ne avevo più e allora Cerrini cercò un prodotto simile. Trovò il Ripped Fuel. Ma non era la stessa cosa. Il Fuel conteneva l’efedrina e le altre quattro sostanze trovate nelle mie urine.”

Passiamo ai fatti. Adesso atterriamo tutti assieme a Boston, Foxboro Stadium, il 21 giugno 1994. La Grecia aspetta l’Argentina, e sul Partenone si abbatte una tempesta di calcio che lo distrugge dalle fondamenta. La Selección di Alfio Basile è un sogno di fútbol offensivo, con Maradona  che a 33 anni è al suo quarto Mondiale ,direttamente schierato dietro le punte. Finisce 4-0 con tripletta di Batistuta, ma il gol che ancora oggi ci è rimasto in memoria è il 3-0 di Diego, un gancio sinistro dal limite dell’area che arcua la sua traiettoria giusto in tempo per rientrare nel sette. Il grande Víctor Hugo Morales descrive l’azionissima col ritmo frenetico che gli è proprio, salvo esclamare «gol!» quando la folgore finisce all’incrocio, e lì fermarsi incredulo. Due, tre lunghi secondi perché il pozzo carichi, e poi parte un «goooool» dove le “o” non sono calcolabili. Molto tempo dopo, a grido ormai scemato, ripete due parole che gorgogliano nelle gole di tutti: «È vivo! È vivo!». Maradona è tornato, ed è lui stesso ad andare a urlarlo in una telecamera a bordo campo, l’immagine celebre in cui ruggisce a un palmo dal vetro, mentre dietro di lui, felici come bambini, stanno arrivando Batistuta, Chamot e Redondo.

La portata di quel gol è planetaria, le immagini faranno il giro del mondo , l’urlo di Diego nelle telecamere diventerà uno degli emblemi di quel mondiale. 

Nella partita seguente l’albiceleste si impone per 2-1 sulla Nigeria, ancora una volta una prestazione da incorniciare per Maradona sempre più trascinatore ed un’Argentina che si candida come una delle pretendenti al titolo.Risultati immagini per argentina maradona vs nigeria

Al termine della gara Diego viene sorteggiato nella lista dei controlli antidoping, un infermiera al triplice fischio lo scorta direttamente in sala medica. La squalifica di Diego è imminente. Immagine correlata

La hall dello Sheraton Park di Dallas potrebbe essere uno spazio adatto al parcheggio delle anime il giorno del giudizio universale. Immensa e altissima, una decina di piani ritmati dai terrazzamenti interni che si susseguono fino al soffitto lontano. Si capisce in fretta che la camera di Maradona è al settimo livello, perché è da lì che si affacciano i volti di pietra della security. Chi ha provato a salire fin lì con l’ascensore racconta di essere stato bruscamente invitato a tornare nella lobby. All’ora di pranzo la Selección è appena uscita per recarsi al Cotton Bowl, l’ aspetta la terza gara del girone, contro la Bulgaria di Stoichkov; ma dallo Sheraton si sono mossi in pochi, la storia del giorno non è certo allo stadio. È lì, al settimo piano, e nel bivacco dell’atrio più di 500 giornalisti aspettano pazienti un’occasione. 

Quella gara Maradona non la disputerà e l’Argentina visibilmente irriconoscibile poiché priva del suo leader, uscirà dal rettangolo sconfitta.

L’uscita di scena di Diego dal mondiale sancirà l’eliminazione dell’albiceleste ai quarti di finale ad opera della Romania di Hagi .Un Maradona letteralmente affranto davanti alle telecamere dell’emittente argentina Canal 13 dira’:

“Il medico della nazionale Ugalde, per salvarsi il posto, disse che lui non c’entrava niente. Io mi presi le responsabilità dell’operato di Cerrini…”

E ancora trattenendo le lacrime aggiungerà :

 “Mi hanno tagliato le gambe…”

Questa è la triste fine del Pibe de oro, di un icona apparentemente rinata e tornata a calpestare il palcoscenico del campionato del mondo per consacrare un mondiale che aveva già ricevuto , prima del suo inizio,  non poche critiche dai media vista l’assegnazione dell’evento agli Stati Uniti . Una nazione, , un paese che calcisticamente parlando fino ad allora con il soccer  ( cosi come lo chiamano negli States) aveva sempre fatto a pugni .

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Dal genio umano al degrado – Ascesa e declino del Pontiac Silverdome.

2017/12/07.

Le luci sono spente a Detroit. Le navi naufragano per un attimo di distrazione. Capitani poco coraggiosi, si schiantano su alte montagne bianche, iceberg persi nell’oceano sciagurato. Oppure incontrano bassi fondali, scogli affioranti e mai segnati sulle mappe. Intere città così spariscono nel nulla, in un attimo, sfrangiate tra le onde turbinanti. Un degrado che da un po ‘di anni a questa parte sembra non abbia mai bene.Risultati immagini per PONTIAC SILVERDOME

Ma c’è un altro tipo di catastrofe, molto più lenta, altrettanto irrecuperabile. Quella della marcescenza. Non basta la memoria per tenere un galla luoghi di una tale caratura, servire bensì istruzioni assiduo. E dopo il collasso, viene la rovina.

Pontiac: una città, un marchio, uno stadio.

Pontiac non è solo un marchio di automobili, né il nome di un potente capo indiano, scomunicato dalle pagine degli americani della storia. C’è e c’è una ridente cittadina, poco fuori Detroit, che si fregia di questo stesso appellativo fin dal remotissimo 1818, l’epoca di tardive colonie d’entroterra.Quindici soci di una grande compagnia, sotto la guida di  Solomon Sibley , ne decretarono il successo urbano, creando magazzini, stabilimenti e posti di lavoro. Pionieri! Nacque giustappunto attorno ad una ricca industria, questa fervida comunità: fin da principio, in un racconto luogo ricco di risorse naturali, si assemblavano strumenti di lavoro. Carri e carriole, catenacci e carrucole, titanici barili. Per un secolo di storia dei solerti costruttori, anche negli anni ’20 del XX, con grande sorpresa dell’intero mondo, non si scopre che si fa a meno del cavallo. Giunsero i motori, in generale, ed in particolare: la  General Motors. Che qui fondò la prima fabbrica, nel bel mezzo di una penisola meridionale, tra le due del Michigan, stato di tempeste, nevi e piogge prepotenti.

Fu come un fuoco, un’esplosione. La neonata industria dei trasporti a motore, che ebbe presto da suo padre nazionale, portò un aumento vertiginoso di popolazione. Il volume degli affari era talmente grande, così preponderante, che si cercavano soluzioni nuove per l’investimento. Vie asfaltate oppure erbose, strade proprio come questa. Nel 1934, una cordata di facoltosi industriali decise che la regione si meritava una squadra football, per il maggior prestigio dei presenti. Con i soldi della città intera dentro al portafoglio, molto presto la trovarono. Provenivano dall’Ohio, i Portsmouth Spartans, ed è una storia d’insuccessi e bancarotte. Con il piglio scaramantico, i loro benefattori li ribattezzarono “I Leoni” o meglio  Detroit Lions, dando i giusti meriti alla città più forte, vasta e popolosa dei dintorni. 

Nasce lo stadio: il Pontiac Silverdome

In principio i malcapitati giocatori, si allenavano nella spaziosa palestra della locale università. Poi ebbero qualche stadiuccio, in centro città, nulla di particolare. Finché non giunse un uomo, con un sogno ed un’idea: il suo nome era C. Don Davidson, atleta, soldato, architetto. Armato di una laurea conseguita presso la North Carolina State University, finanziata grazie ai meriti sportivi.

Una terra invernale necessita di strutture adeguate, sopratutto perché possano assemblarsi le gioiose moltitudini, da gennaio fino ad agosto, in autunno, inverno e primavera. Davidson, di ritorno nella natìa Pontiac nel 1965 dopo la sua trasferta accademica, aveva elaborato, in quegli anni, un complesso piano di rinnovamento urbanistico per la città, comprensivo di uno stadio senza precedenti. Diventato professore alla Detroit University, sfruttò la sua influenza per convincere le autorità locali a darsi una mossa, incluso William Clay Ford, l’allora proprietario dei Detroit Lions per mettere a disposizione dei tifosi e della città il primo stadio ufficiale. 

L’eroe ottenne, dunque, il suo finanziamento: circa 60 milioni di dollari (l’equivalente di attuali 244). Sotto la guida dello studio Hewlett & Luckenbach, sarebbe sorta la maestosa meraviglia: il Pontiac Metropolitan Stadium, destinato a diventare un giorno il Silverdome. L’elemento più straordinario del nuovo stadio, che stava per sorgere all’incrocio tra l’Interstate 75 e la Michigan Route 59,sarebbe stato il suo soffitto. Davidson, subito assunto come consulente, aveva concepito il progetto per quella che sarebbe stata, all’epoca, la più vasta cupola del mondo sostenuta ad aria. 

Il concetto di una struttura come questa è molto interessante. Basta un’impercettibile variazione nella pressione atmosferica, di un ambiente sufficientemente impermeabile all’aria, perché un vasto telo resti sospeso in alto, proteggendo il campo di gioco dalle minacce degli agenti atmosferici.Non occorrono colonne di sostegno, non ci sono limiti di estensione. Occorre solo un meccanismo a tenuta stagna collocato presso ciascuno degli ingressi, come la coppia di porte a vetri ben visibili nel video di apertura. Possenti ventole, nascoste nelle pareti di sostegno, si occuperanno di correggere le inevitabili infiltrazioni dall’esterno. La struttura era molto innovativa per l’epoca, con un sistema di cavi e di stoffa in fibra di vetro estesa per tutta l’estensione dell’area degli spalti. 

All’inaugurazione, si dice che il sole risplendesse sulla superficie della cupola in un modo tale da farla sembrare argentata, cosa che gli valse il soprannome Silverdome. La realtà, probabilmente, è che a nessuno facesse piacere di sentirla definita con il prosaico soprannome di “Ponmet”, abitudine che stava prendendo piede tra i visitatori. Era il 23 agosto del lontano 1975.Immagine correlata

1985: l’anno del lento declino

Venne poi il giorno della disgrazia: nel 1985, una forte tempesta di neve danneggiò i sostegni del tetto. Persa la pressurizzazione, l’intera struttura divenne concava, raccogliendo tonnellate di quest’ultima. Ben presto, tutto l’insieme venne giù, necessitando estensive riparazioni, dal costo complessivo di 8 milioni di dollari. La nuova versione del tetto fu comunque migliorata, in modo che qualcosa di simile non potesse succedere di nuovo, grazie a un poderoso sistema di riscaldamento.La struttura avrebbe retto per 25 anni. Poco dopo ci fu il Wrestlemania III, lo spettacolo che detenne il record di pubblico per un evento al chiuso fino al 2010, spodestato in seguito da una partita dell’NBA. Lo stadio fu sede nel 1994 di alcune partite del girone eliminatorio della Coppa del Mondo di calcio, proprio la nazionale a stelle e strisce giocò qui il suo match d’esordio nella competizione contro la Svizzera.Risultati immagini per pontiac silverdome stadium 1994

Mentre adesso, eccolo qui.

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Una conca per i pesci e gli aquiloni. A tale situazione siamo giunti gradualmente. La città di Detroit ed i suoi dintorni,  incluso l’area di Pontiac, hanno subito pesantemente per il lato oscuro della globalizzazione. Il progressivo spostarsi delle industrie nei paesi in via di sviluppo, con conseguente abbandono degli stabilimenti americani, creò quella che oggi viene definita Rust Belt (la cintura della ruggine) una vasta area di vestigia rovinate, residui della drastica modernità. Lo stadio Silverdome, in un clima di profonda crisi economica totale, venne venduto dall’amministrazione cittadina nel 2009, per la cifra ridicola di 550,000 dollari. Il “fortunato” acquirente fu il magnate di origini greche Andreas Apostolopoulos, proprietario di un’azienda di locazione edilizia con sede a Toronto, in Canada.

In tempi recenti, grazie ai suoi corposi investimenti di restauro, si è verificato un breve Rinascimento dello stadio: qualche incontro di boxe, concerti, monster trucks, partite amichevoli di calcio. Qui ha giocato, nel 2010, anche il nostro AC Milan, contro il  Panathinaikos durante la tournée americana. Ma gli spalti restavano vuoti sempre più spesso, con conseguente perdita nei costi di mantenimento. Nel 2012, a causa dell’ improvvisa rottura di una delle caldaie del sistema anti-accumulo di neve, il tetto è crollato nuovamente. La sua ricostruzione, ovviamente, avrebbe avuto un costo veramente proibitivo. Questo segna definitivamente la sua fine.

Avventurarsi in luoghi tanto derelitti aiuta a cogliere una prospettiva significativa. Che una tale meravigliosa della tecnica, oggetto dell’invidia di mezzo mondo, possa ridursi a simile rovina nel giro di due anni dimostra come tutto sia transitorio e semplice apparenza. La mano costruisce, però è l’occhio che mantiene. Una volta decaduta questa nostra civiltà, resterà le rovine ciclopiche di alte mura, come avvenne per gli Egizi e gli altri insigni predecessori? Oppure, trascinate dalla troppo grande ambizione strutturale, svaniranno tutte nella sabbia, nei rivoli di pioggia senza sentimenti? 

Difficile veramente darsi una risposta.Quello che è sicuro è che gli altoparlanti del Silverdome oggi non parlano più, le luci sono spente.  Da un po’ di tempo a questa parte la nostalgia dei suoi anni d’oro ha totalmente deciso di abitarlo mentre una fitta pioggia cade incessante sulle sue reliquie.

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Lo spareggio che valse il Mondiale: il cammino dell’albiceleste verso Usa ’94.

Il cammino che portò Maradona e compagni al mondiale americano fu pieno di insidie.

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In Sud america , la fase di qualificazione al mondiale è strutturata in due gironi che prevedono la classica modalità di andata e ritorno :

GRUPPO 1 : ARGENTINA , COLOMBIA ,PARAGUAY E PERU’ .

GRUPPO 2 : BRASILE, BOLIVIA,URUGUAY,ECUADOR ,VENEZUELA . 

Nel girone A la prima classificata si guadagna l’accesso diretto al mondiale, la seconda gioca lo spareggio contro la vincente della sfida CONCACAF-OFC .

Nel gruppo B invece si qualificano le prime due .

Il Cile resta escluso per lo scandalo Rojas verificatosi nella gara di qualificazione contro il Brasile in vista dell’edizione mondiale del 1990.

L’ultima partita del gruppo C tra Brasile e Cile fu sospesa al 70º minuto, dopo che Roberto Rojas, portiere della Nazionale cilena, si accasciò a terra al 69º, in seguito alla caduta di un bengala lanciato dalle tribune e diretto nelle sue vicinanze;[1] Rojas perde sangue dalla testa, e sostiene di non poter continuare l’incontro.[2] L’arbitro, l’argentino Loustau, non si avvicina per verificare la situazione, e i cileni abbandonano il campo per protesta, su decisione del vice-capitano Fernando Astengo. Il Brasile rischia pertanto la sconfitta a tavolino e l’esclusione d’ufficio dal Campionato mondiale 1990.Qualche giorno dopo viene pubblicata una foto del reporter Ricardo Alfieri, che mostra che il bengala è caduto dietro a Rojas, a una certa distanza dal portiere cileno; altre immagini dimostrano che Rojas, anziché allontanarsi dal fumo, vi si avvicina, e che inizia a sanguinare solo qualche decina di secondi dopo la caduta del fumogeno.

Una volta constatato che la ferita è larga pochi centimetri ed è provocata da un taglio netto di una lama, il Brasile protesta con la FIFA: viene così formata una apposita commissione (la Commissione Mosquera) con lo scopo d’indagare sugli avvenimenti dell’incontro del Marcana. Rojas infine confessa che la ferita è autoinflitta: aveva nascosto una lametta nei guanti, e aveva aspettato il momento propizio (giacché sapeva che la partita sarebbe stata molto accesa, e così i tifosi)per tagliarsi e simulare un colpo ricevuto da un oggetto lanciato dalle tribune. La FIFA squalificò a vita Rojas, e il Cile venne escluso dalle qualificazioni ad USA’94”

L’avventura dell’argentina comincia esattamente il 1 agosto 1993 nell’esordio con il Perù a Lima. La decide un gol di Gabriel Omar Batistuta e i primi 3 punti lasciano ben sperare in un cammino non troppo difficile.

La seconda sfida si gioca ad Asunciòn in Paraguay , finisce con un 3-1 per gli argentini e strada sempre più spianata. Alla fine del girone di andata L’albiceleste ha un bottino di 6 punti su 3 partite giocate , niente male come ruolino di marcia se non fosse proprio per i cugini colombiani , che giocheranno un brutto scherzo a Maradona e compagni.

Gli argentini si ripetono e partono con il piede giusto anche nel girone di ritorno , 2-1 al Perù , 0-0 con il Paraguay nelle due sfide giocate a Buenos Aires poi arriva la prova della verità.

Dopo la sconfitta nella fase di andata a Barranquilla contro la Colombia( unica persa) , il 5 settembre 1993 a Buenos Aires si gioca una delle partite più incredibili nella storia delle qualificazioni mondiali. Davanti a 53.000 spettatori nel tempio del calcio sudamericano l’ESTADIO MONUMENTAL gli argentini cercano il riscatto e si giocano la qualificazione diretta al mondiale. La perdente infatti dovrà affrontare in uno spareggio intercontinale la vincente tra Canada e Australia rispettivamente della Zona CONCACAF e OFC.Immagine correlata

“Una volta mi hanno detto che in questo secolo ci sono stati tre soli grandi avvenimenti, in Colombia: lo scoppio de La Violencia nel 1948, la pubblicazione di ‘Cent’anni di solitudine’ nel 1967 e la sconfitta per 5-0 dell’Argentina per mano della nazionale colombiana nel 1993. E sapete qual è la cosa peggiore? Che è tutto vero.”
(Gabriel García Márquez)

Dici Argentina e Colombia e in un baleno la mente viaggia da sola, approdando a due mondi profondamente differenti. Da una parte trovi l’estremità meridionale di quello straordinario universo di colori, popoli, sapori e odori che è l’America Latina, sul versante opposto sorge quella che del continente è la porta principale, un lembo di terra aggrappato a Panamá, all’altra America. Argentina-Colombia è una partita da mille scenari che non si riducono al campo di calcio: Argentina-Colombia “..es como decir el país de García Márquez y el país de Borges, la cumbia y el tango, el café y el bife de lomo, Valderrama y Maradona, el Batigol y El Tren, el calor y el frío, el Pacífico y el Atlántico…”

Le unisce un passato colmo di lacrime sotto il giogo del colonialismo iberico, di eccidi delle popolazioni indigene, le separa una distanza di tremila kilometri. Condividono un amore viscerale per il calcio, quel calcio che le pone una contro l’altra confinandole in un rettangolo verde. Talvolta capita per la semplice gloria personale, per corroborare un primato di imbattibilità: è il caso di un’ amichevole. Talvolta capita per estromettersi a vicenda nella dura contesa per la conquista di un trofeo: è il caso della Copa América. Talvolta capita per garantirsi il proprio posto nel torneo che ogni calciatore sogna di vincere: è il caso delle qualificazioni ai Mondiali.

5 Settembre 1993, spira un vento gelido a Buenos Aires, di quelli che fanno a fettine i volti degli impavidi passanti. Fa freddo, fa molto freddo. Al di sotto dell’equatore imperversa ancora l’inverno, le temperature scivolano sotto lo zero. Ma il pallone riscalda gli animi: oggi la nazionale di Alfio Basile raduna tutti i suoi seguaci alla cattedrale del calcio argentino, il “Monumental”, la casa del River Plate, il teatro del primo trionfo mondiale a tinte bianche e celesti. Oggi termina il girone di qualificazione ai Mondiali che saranno ospitati negli Stati Uniti, fatto questo senza precedenti nella storia del calcio: solo la prima classificata potrà levare le mani al cielo, la seconda dovrà pazientemente aspettare, dovrà giocarsi l’accesso ai Mondiali nello spareggio, tutt’altro che edificante per una nazionale sudamericana, contro la lontana Australia.

Queste le formazioni:

Argentina: Sergio Goycochea; Julio Saldaña, Jorge Borelli, Oscar Ruggeri, Ricardo Altamirano; Gustavo Zapata, Fernando Redondo (69′ Alberto Acosta), Diego Simeone, Leonardo Rodríguez (54′ Claudio García); Ramón Medina Bello, Gabriel Batistuta. All. Alfio Basile.
Colombia: Óscar Córdoba; Luis Herrera, Luis Perea, Alexis Mendoza, Wilson Pérez; Leonel Álvarez, Gabriel Gómez; Carlos Valderrama, Freddy Rincón, Fuastino Asprilla, Adolfo Valencia. All. Francisco Maturana.

uomo dal temperamento mite, dentista di professione: è tornata a disputare un Mondiale dopo ventotto lunghissimi anni di attesa, pratica un calcio attraente e spettacolare, puro piacere per gli esteti del pallone, che al tempo stesso si rivela foriero di risultati eccezionali. La Colombia è reduce da ben ventisei incontri ufficiali, dei quali solamente uno è coinciso con una sconfitta. Nel girone di qualificazione è andata in rete otto volte, mentre la retroguardia si è arresa soltanto all’argentino Medina Bello e al paraguayano Rivarola.

La vera forza della Colombia non è da considerarsi totalmente racchiusa nell’undici titolare, che sa difendersi con ordine senza disdegnare il gioco offensivo che manda le folle in visibilio: il primo posto in classifica compensa lo svantaggio del fattore ambientale. Ai cafeteros è sufficiente anche un misero pareggio per strappare un’altra qualificazione ai Mondiali, la seconda consecutiva. Basterebbe sigillare ermeticamente la difesa, rinunciare a mandare in visibilio la folla con i passaggi rapidi e giocate di classe, ripiegarsi su sé stessi. Praticare l’anticalcio. Ma la storia prenderà ben altra piega.

Si respira un’aria tesa. Argentina-Colombia è il drammatico spareggio per la sovranità in uno dei due gironi di qualificazione.Non è solo il paese di Asprilla, Higuita e Valderrama, la Colombia. Anzi: oramai è diventata la terra dei cartelli della droga di Bogotá, Cali e Medellín, il regno di Pablo Escobar. Resa inquieta dalle diversità sociali, strozzata dall’aspro duello tra Stato e trafficanti di cocaina, ostaggio del terrore, la Colombia riscopre la gioia di vivere grazie alla sua nazionale di calcio, attorno alla quale si stringe l’intero paese e che unisce tutti, anche quanti nella vita di tutti i giorni sono acerrimi nemici. Una nazionale temuta e rispettata, tanto dai semplici avventori dei bar di Buenos Aires quanto da voci ben più autorevoli.

Eppure gli spalti del “Monumental” sono un meraviglioso affresco dalle tonalità cerulee: è tutto dipinto di bianco e di celeste.

La formazione colombiana guidata dal CT Maturana travolge incredibilmente l’Argentina con un sonoro 0-5 gettando il maestoso pubblico dell’albiceleste nello sconforto totale.

I Colombiani conducono una partita sensazionale , Il pubblico del “Monumental” ha smesso di rumoreggiare, di far baccano: quei due gol, segnati quattro minuti prima ed altrettanti minuti dopo l’intervallo, hanno rubato le loro corde vocali. E allora la Colombia, da vittima sacrificale da dare in pasto agli argentini, inizia a vestire i panni dell’ospite invitato ad onorare un pranzo luculliano.Risultati immagini per argentina vs colombia 0-5

Furono svariate le critiche che tergi versarono sui giornali il giorno seguente, qualcosa era andato storto, una formazione totalmente disorganizzata e irriconoscibile quella argentina cadde sotto il gioco di una Colombia che macinava gioco , si divertiva e faceva divertire.

 

L’Argentina è ammutolita . Davanti al pubblico di casa nessuno mai avrebbe pensato in una delle più grosse capitolazioni della storia.

Cala il sipario su una notte totalmente da dimenticare per gli argentini e che entrerà invece  nella memoria di tutti i colombiani. Per l’Argentina si profila adesso l’incubo dello spareggio contro l’Australia che ha appena eliminato il Canada. Risultati immagini per argentina vs australia 1993

 

La partita di andata si gioca a Sydney il  31 Ottobre 1993 , Balbo porta avanti i suoi , Vidmar pareggia i conti allo scadere del Full time. Per l’Argentina qualificazione sempre più a  rischio , tutto si decide nella gara di ritorno.

IL 17 Novembre si gioca a Buenos Aires la gara di ritorno, ancora una volta il palcoscenico di gioco è quello del Monumental.  Gli argentini inneggiano con bandiere , coriandoli “Vamo Argentina” cosi come fanno i giocatori nel sottopassaggio pochi minuti prima dell’ingresso in campo.

 

Il primo tempo si chiude a reti inviolate . Al 15′ minuto della ripresa Redondo salta un avversario e scarica per Hugo Perez che lancia con un rasoterra Batistuta in profondità. Quest’ultimo seppur marcato dall’australiano Tobin , si gira da posizione defilata e calcia in porta. La palla prende un effetto strano, si impenna e sorprende l’estremo difensore Australiano con un incredibile pallonetto. 1-0. Il Boato del Monumental è da pelle d’oca….

Il risultato resterà invariato fino al termine della gara , al triplice fischio finalmente l’ Argentina può tirare un sospiro di sollievo, qualificazione raggiunta e via ai festeggiamenti.Risultati immagini per australia vs argentina 1993

Le vicende che seguiranno al Mondiale in seguito alla squalifica Di Diego Armando Maradona trovato positivo all’efedrina (sostanza dopante) lascerà per anni lunghi strascichi che si ripercuoteranno anche nelle edizioni successive portando ad  una maggiore rigidità nei test antidoping; ma questo è altro , quello che volevamo ricordare è stato il cammino che ha portato Diego e compagni al mondiale americano.

Senza dubbio è già nostalgia.

 

C’ERA UNA VOLTA IL SUPERDEPOR.

C’era una volta una squadra invincibile. Un team colmo di fuoriclasse che dettava legge in tutta Europa, lasciando dietro di sé tracce di gioco dominante e timore reverenziale in egual misura. C’era una volta il Milan di Ancelotti. Prima che incontrasse il più inspiegabile incubo della sua epopea continentale: il Deportivo La Coruña di Irureta.

Il Deportivo La Coruña di Pandiani e Luque, Djalminha e Valerón, Víctor e Mauro Silva e di quel tecnico con un nome che ricorda da vicino un santuario spagnolo: Javier Iruretagoyena Amiano.Per tutti, semplicemente Irureta: regista e mente dietro una delle più grandi imprese che il calcio europeo ricordi.

l Deportivo La Coruña è ormai una squadra che ha già dato il meglio di sé da qualche anno e che è riuscita a costruirsi una fama grazie a straordinarie prestazioni nello stadio di casa, il Riazor.Merito dell’orgoglioso e tambureggiante pubblico galiziano e di una squadra imprevedibile e ricca di talento, un team che in poche stagioni si è meritato sul campo l’eloquente appellativo di SuperDepor.

In Galizia, terra di confine e asprezze, anche il calcio è esercizio di sofferenza e passione. Da queste parti il gioco e la squadra rispecchiano una regione estrema, costantemente dimenticata in favore delle grandi metropoli dominanti in territorio iberico: Madrid e Barcellona. Una squadra sorprendente, nata per dimostrare che il calcio è manifestazione diretta di una comunità, di un orgoglio popolare. Quello dei galiziani e dei loro Blanquiazules.Risultati immagini per deportivo tifosi

Una storia di provincia che inizia negli anni ’90 per terminare all’apice, nella serata più folle e memorabile del calcio galiziano: 7 aprile 2004. Il canto del cigno del Deportivo. Un arrivederci ai grandi palcoscenici internazionali con una prestazione che rimarrà nella storia del gioco. Un monumentale 4-0 al Milan campione d’Europa.

Nessuno mai avrebbe scommesso , su un crollo dei vice campioni europei, o forse meglio dire, su quella che fu una prestazione impeccabile  da parte dei galiziani. Non una partita qualsiasi, bensi una di quelle che va oltre la dimensione del calcio giocato per scrivere una pagina di racconto che per certi tratti sconfina nel mito narrativo di Davide contro Golia.

 In Galizia s’impara fin da subito a convivere con una terra sferzata da venti gelidi, mari agitati e lunghi silenzi affacciati sull’Atlantico. Vivendo un passo alla volta, non facendosi mai travolgere dalle correnti. Una filosofia di vita che, ormai da anni, trova la sua ideale applicazione al Riazor.

E Irureta è il timoniere perfetto per manovrare un team così estremo. Un allenatore esperto, che modella la sua creatura su un’impronta ben definita: il Deportivo è una struttura uniforme, un’entità tattica che vive su un 4-2-3-1 elastico.

In rampa di lancio va un terminale offensivo dal soprannome illuminante, El RifleLa carabina. Il fucile di precisione arriva dall’Uruguay e si chiama Walter Pandiani. È l’artillero perfetto per il meccanismo di Irureta, che lo circonda di una batteria di mezzepunte e ali che sfornano assist ad alta intensità di gioco: Valerón, Víctor e Luque, senza scordare quell’incredibile giocoliere part-time che risponde al nome di Djalminha, la versione baffuta e speculare di Denilson .

Sono soprattutto loro gli uomini del miracolo del Riazor. Un quartetto che suona uno spartito ripetitivo e adrenalinico. Quella sera le maglie bianco-blu sbucano da ogni angolo, come impossessate da un furore agonistico quasi inspiegabile. Anche perché, dopo il 4-1 in scioltezza di San Siro, il Milan si aspetta una notte di controllo e pura formalità per accedere alle semifinali. Ma quella partita è un vero massacro.

È il mercoledì da leoni di La Coruña. Il pubblico ci crede fin dall’inizio, spingendo il Depor con una bolgia assordante, un frastuono stordente. Irureta, dopo il fragoroso schianto dell’andata, sembra meno convinto di quella che appare più come un’utopia che una speranza:

“Se in qualche modo riusciremo a rimontare contro il Milan, mi farò il cammino di Santiago a piedi.”

Quel 7 aprile l’ottovolante galiziano viaggia su ritmi forsennati, tanto che lo stesso Pirlo qualche anno dopo getterà (vaghe) ombre di doping in un’intervista rilasciata ai media italiani riguardo quella sconfitta.

“Non sono in possesso di prove, per cui la mia non è un’accusa, mai mi permetterei di formularla. Semplicemente è un pensiero cattivo che mi sono concesso, però per la prima e unica volta nella vita mi è venuto il dubbio che qualcuno sul mio stesso campo potesse essersi dopato. Forse è solo la rabbia di un momento non ancora riassorbita. Ma i calciatori del Deportivo erano scheggie impazzite, assatanati. Galoppavano verso un traguardo che solo loro intuivano.”

Pandiani , dopo l’illusorio gol d’apertura nel match d’andata ,replica con una girata mancina dal limite, facendosi beffe di un certo Paolo Maldini. È il 5° minuto ed è 1-0: da qui inizia il cammino del Diavolo verso i gironi dell’Inferno.

Víctor è una scheggia imprendibile sulla destra; Valerón fa intuire perché in Galizia i tifosi lo chiamino El Dios, disegnando calcio sulla trequarti con la scioltezza e la padronanza tecnica di un fuoriclasse; Luque è una sorta di rullo compressore che schiaccia costantemente Cafù, ridicolizzandolo in più occasioni.

Il 2-0 è inevitabile ed è figlio di un’uscita sciagurata di Dida. Nelson ha abituato il pubblico a bizzarri black-out psicologici e stavolta la combina grossa sul cross di Luque, appoggiato docilmente in rete dal fantasista gallego. Il Riazor ribolle e sente vicina quell’impresa “che solo loro intuivano.” Il 3-0 che garantirebbe le semifinali è mera questione di tempo.

E arriva nel momento peggiore per i rossoneri: al 45°, ad un soffio dal riposo. Luque se ne va sulla fascia sinistra bruciando Cafù e scaricando un mancino terrificante che fa saltare definitivamente il banco. Il resto della partita è uno spettacolo fatto di ritmo altissimo (da una parte) e giocate improvvise che chiamano all’azione offensiva quasi tutti i calciatori galiziani. Il definitivo 4-0 lo mette a referto il subentrato Fran, vecchia ala destra simbolo della cantera gallega. Entrano Serginho, Rui Costa e Inzaghi, ma è tutto inutile. Una cappa d’incredulità e disarmo avvolge il campo, mentre gli spalti del Riazor furoreggiano e vorrebbero che quella partita non finisse mai.Risultati immagini per deportivo vs milan

Il Depor è tornato Super, anzi, qualcosa di più. Stavolta è andato oltre, scrivendo la storia del calcio e delle rimonte impossibili. Quella di una piccola città di pescatori che trionfa su una metropoli pluri-milionaria del calcio europeo. Sarà anche l’ultima vera esibizione di livello internazionale all’interno di quello stadio caloroso ; in semifinale i Blanquiazules verranno spediti fuori da un Porto arcigno ed equilibratissimo, con uno 0-1 che li condannerà proprio al Riazor.

E saranno proprio i Dragoes ad aprire un’altra stagione di sorprese continentali sull’Atlantico, soltanto pochi chilometri più a sud. La nascita di una nuova epoca , quella di José Mourinho e il suo calcio straordinariamente pragmatico.

Un passaggio di consegne che vedrà il Deportivo sparire progressivamente dal palcoscenico più prestigioso, arrivando addirittura a retrocedere in Segunda Division pochi anni dopo. Una meteora. Un tornado che ha lasciato il segno spegnendosi lentamente al largo.

Oggi le luci del Riazor sono spente il mercoledì sera. Il Deportivo suda in fondo alla Liga per non retrocedere per l’ennesima volta. La grande onda è ormai passata, ma forse nessuno mai l’ha cavalcata come il SuperDepor.

“Un sogno a quattro stelle nello scrigno di Leicester.”

Ci sono vari tipi di sogni, o per meglio dire,  da un lato c’è quel tipo di sogno che giudichi inarrivabile ,  dall’ altro quello su cui riponi le tue speranze e cominci a credere che in qualche modo possa un giorno avverarsi e diventare realtà. Il sogno comunque sia è ormai una costante per l’ uomo moderno nonché ciò che smuove il suo futuro proprio perché questo ” animale razionale ” di giorno in giorno viaggia con la mente sognando di incontrare e abbracciare la pienezza della sua libertà , di arrivare a sentire il piacere e quindi la sua personalità finalmente realizzata.

Talvolta si dice che sognare troppo provochi disturbi, generi malessere in quanto il sogno tende ad allontanare l’ individuo dalla realtà ed allora la medicina di cura  è una sola: prendi un sogno e scommetti sopra di esso tutto ciò che sei di meglio.

2 Maggio 2016. Da qualche parte nel mondo si festeggia un sogno che è appena diventato realtà. Siamo nel cuore della Bretagna , bensì nella capitale Londra  . Il Leicester guidato dal tecnico italiano Claudio Ranieri ha appena scritto una nuova pagina di storia del calcio inglese , compiendo una funambolica impresa, e laureandosi campione d’ Inghilterra  con ben due giornate d’ anticipo.

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Un giorno indimenticabile, una data storica nel calendario calcistico inglese. E’ così perché lo sport è vita e come tale insegna a piangere , gioire, esultare, sognare e vincere.

In questo 2 Maggio 2016 la storia del calcio ha conosciuto un ‘ altro gruppo di ” eroi” se cosi vogliamo definirli . Si perché partiti come una squadra di scarti calcistici ed esistenziali , sono riusciti contro ogni pronostico a ribaltare le sorti, spazzando via tutte le voci e le leggi manageriali di un calcio  che da qualche anno a questa parte fatica a ritrovarsi. Il timoniere del gruppo è un italiano come ho già sottolineato, Claudio Ranieri e la sua ciurma è composta da uomini come il goleador Vardy , che appena pochi anni prima si guadagnava da vivere con un contratto part-time in fabbrica, oppure ” la farfalla blu” Mahrez  che praticava calcio nei campi amatoriali di periferia. Se poi vogliamo andare avanti, si aggiungono i due pilastri difensivi Huth e capitan Morgan , che all’ inizio dell’ anno gli stessi giornali inglesi ridicolizzavano definendoli più una “coppia di buttafuori” che una coppia di centrali.

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Questi ragazzi adesso stanno vivendo a pieno  il loro sogno. Il raggiungimento di un obbiettivo così grande li ha resi più forti e soprattutto ha fatto riflettere i grandi e ” le Grandi”  compagini europee , sul fatto che ” sognare” allora a volte non è poi così lontano dalla realtà e persino quello che può apparire come un traguardo irraggiungibile, alla fine dei conti è molto più vicino di quel che sembra.

Ricorderemo tutti questo 2 Maggio come un giorno memorabile , per svariati motivi che vanno anche al di là della conquista del titolo del Leicester. In primis i suoi giocatori , raffigurano un po’ tutti i calciatori dilettanti e amatoriali del mondo , i campetti trasandati, le periferie calcistiche abbandonate  più lontane, i palloni bucati e le scarpe strappate di chi nonostante tutto continua a correre dietro una palla,inseguendo un sogno.

E’ stata una risposta, ad un calcio offuscato e pieno di pregiudizi , un macigno caduto sulla testa di chi ha sempre visto questo mondo , come un mezzo per fare affari . Il segno del ribaltamento, lo scatenarsi di quell’uragano nato nel lontano 1884 ad opera di un gruppo di ragazzi della Wyggeston School . il cosi chiamato Uragano Leicester.

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Così nello scrigno di questa cittadina, un sogno a quattro stelle ha cominciato ad affiorare pian piano , lentamente , minuto dopo minuto, partita dopo partita fino ad arrivare al trionfo che oggi sta’ la’ stampato nei sorrisi e nei volti di chi con un pizzico di follia non ha mai smesso di credere che l’impossibile potesse un giorno diventar pura realtà.

ISLANDA. Il calcio ai confini del mondo.

Quando gli islandesi escono di casa non vedono solo le stelle, ma aurore boreali.Quando gli altri hanno un eclissi parziale, loro  totale.Gli inglesi hanno il ruggito di Wembley , gli islandesi il rumore delle cascate.Vivono in un posto unico se ci vai in vacanza , un po’ più complicato se ti ci devi svegliare ogni mattina.Eppure sono lì a far paura alle grandi d’ Europa , un po’ come la loro natura.Da queste parti si inizia a giocare a calcio all’età di 3 anni, se sei bravo giochi, se non lo sei giochi lo stesso.Tutti hanno un’ opportunità , sono troppo pochi e troppo intelligenti per fare selezione già tra i bimbi.I bambini islandesi vivono in un ottimo sistema sociale, quindi non solo dal punto di vista calcistico,godono di ottima salute e questo è ciò che gli permette di dedicarsi con piena serenità a questo sport.Una decina di anni fa il colpo di genio: “Se vogliamo che i nostri bimbi imparino a giocare a calcio, cessiamo di fargli calciare un pallone su quei tappeti innevati.”

Il calcio in Islanda è praticato per lo più in ambienti e strutture chiuse viste le rigide temperature invernali e le non troppo alte temperature estive.I giocatori dell’ attuale nazionale,sono stati i primi a sfruttare per gli allenamenti gli impianti coperti, per lo più in erba sintetica. Proprio per questo sono cresciuti così tanto tecnicamente al punto di vedere differenze di gioco abissali con quelli degli anni ’90.

Paesaggi montuosi  ed innevati ,scogliere a picco sul mare fanno dell Islanda un isola fredda non solo dal punto di vista climatoriale ma anche in particolare da quello visivo. Il primo impatto che si ha di questa terra è di fatto quello di una landa desolata, fatta eccezione per la capitale, ricoperta da nevi e qualche gyser che attualmente costituiscono una delle principali fonti di attrazione per il turismo di questo paese. Si parla una lingua che sembrerebbe avvicinarsi molto ad uno dei diletti danesi, ma resta comunque una lingua nordica tutta loro ,per questo infatti l ‘inglese è insegnato fin dall’ asilo. Tutta la nazione è unita e lavoro per migliorare il proprio sistema sportivo. L’islanda è pazza per il calcio, tutti guardano la Champions league e gli altri campionati europei; questo a dimostrazione del forte interesse verso questo sport.

Una nazione che conta 321.000 abitanti di cui gran parte di questi risiede nella capitale Reykyavik, città storica e simbolo del paese. Una città la cui grandezza è paragonabile ad uno dei quartieri delle grandi città d’Europa dove il calcio però è cresciuto molto negli ultimi anni aprendo i suoi orizzonti al palcoscenico europeo. Cosi la nazionale islandese sembra vivere uno dei momenti più prolifici della sua esistenza, la mancata qualificazione all’ ultimo mondiale è stata riscattata da quella ottenuta pochi giorni fa che le ha aperto le porte all’ europeo di Francia 2016. L’ allenatore è un certo Lars Lagerbäck , che vanta già esperienze alla guida della nazionale di Ibrahimovic e di quella nigeriana. Tuttavia lavorano in questo sistema anche spagnoli, inglesi proprio perché il calcio islandese si è ispirato ed ha preso spunto dalle grandi culture calcistiche europee.

 

Il calcio islandese come già detto è cresciuto molto negli ultimi anni, e si è fatto conoscere in europa sebbene gran parte dei suoi giocatori vi giocassero già qui. Basti pensare al nome di Gudjohnsen forse il giocatore più conosciuto che si affermò al Chelsea e poi campione d’ europa con i catalani del Barcellona.Un calcio emergente e che ha voglia di farsi conoscere al mondo intero.In Islanda qualunque bimbo coltiva il sogno di giocare a calcio ed affermarsi. In Islanda , nonostante  le grandi bufere di neve ricoprano interamente i campi di gioco durante la stagione invernale, non si smette mai di giocare a calcio continuando a coltivare il sogno di giorno in giorno.

L’Europa ormai si è accorta di loro, di questi ragazzi che però in Europa ci giocano già. In Premier league come Sigurðsson allo Swansea , in Olanda dove Sigþórsson è il centravanti dell’ Ajax . Sono il paese con il più alto numero di partecipanti allo stadio. In Islanda tutti vanno allo stadio a tifare la propria nazionale che ha un complesso tutto suo nel cuore di Reykyavik. E’ un po’ la scatola dei sogni perché qui hanno superato Olanda e Turchia.Tuttavia pur essendo cresciuti dal punto di vista tecnico, non hanno ancora una filosofia di gioco radicata e prima dell’ arrivo di Lagerbäck   il calcio in Islanda non era poi così sviluppato.

La partecipazione ad un europeo o mondiale che sia, resta sempre un evento speciale, nel caso dell’ Islanda lo ancor di più.L’ idea di vederli ad Euro 2016 è qualcosa di straordinario, un po’ come uno dei loro proverbi: “Se ti perdi in una foresta islandese , alzati in piedi e troverai la strada di casa.” Per forza, di foreste in Islanda non se ne vedono. Descritti come un popolo “freddo” come farebbe sembrare la loro lingua , son tutt’altro. Sono scaltri ed ironici, prontissimi a salpare da quell’isola sperduta per attraccare sulle spiagge del football che conta.Non hanno mai giocato un europeo o un mondiale.Il coraggio non manca , la voglia di sognare neanche ; correndo dietro ad un pallone lassù, in alto , ai confini del mondo.