Tutti gli articoli di Andrea Capolli

" Writing means discovering ourselves. Every time I take the pen and put it down on the paper, I just feel I'm about to be taken on a journey through time".

Paulo César Wanchope: il cestista che divenne goleador.

Dietro alle grandi favole, c’è sempre qualcosa pronto a stupirci. Così, esattamente allo stesso modo, dietro ai grandi racconti di sport esiste una componente fiabesca che cela la magia di storie incredibili.

Spiccate doti atletiche, tra le più insolite agilità ed una gran elevazione lo rendevano perfetto per lo sport del “baloncesto”; peccato o forse per sua fortuna che il cuore e di conseguenza la passione spingessero per altro.

“Perché è qualcosa che ho nel mio sangue, mio ​​padre, mio ​​zio e i miei due fratelli hanno giocato a fútbol, ​​quindi ce l’abbiamo nel nostro sistema ed è per questo che ho deciso di giocare il fútbol, ​​voglio dire calcio”.

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Paulo César Wanchope nasce a Fátima, Costa Rica e prima di entrare nel mondo del Fútbol intraprende una carriera nel college basket giocando per la squadra locale del Calexico nel Sud della California, dove si era trasferito a vivere dopo aver vinto una borsa di studio all’età di 17 anni. Tutte le sue forze e sacrifici erano riposti nel mondo del basket, sperando un giorno di riuscire ad emergere nei palcoscenici dell’NBA.

Gli esordi

Rientrò in patria per una breve vacanza, e non riusciva a star lontano dal calcio, passando le sue giornate giocando nei campetti con gli amici. Il manager dell’Herediano, una delle squadri locali, lo notò e decise di dargli un’opportunità portandolo tra i grandi nella Primera Divisiòn Costa Ricana.

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La svolta

Da qui cominciò ufficialmente la sua carriera nel mondo del Fútbol. Quel ragazzo appena ventenne non impiegò molto a farsi notare, cosi che anche l’Europa decise presto di mettergli gli occhi addosso. Fu un certo Jim Smith a scommettere su di lui, lanciandolo in Premier League nel calcio dei grandi. Approdò al Derby County per una cifra stimata di circa 390. 000 dollari.

Nella gara di esordio, la fiducia datagli venne subito ripagata andando a segno nel tempio del calcio inglese: un Old Trafford gremito lo applaudì dopo aver segnato ad un certo Peter Schmeichel e aver regalato ai suoi un’inaspettata vittoria.

“Peter Schmeichel era in porta e più tardi nella mia carriera ho giocato con lui al Manchester City.”

Ha uno stile di gioco particolarmente affine a quelle che erano le sue caratteristiche da cestista nel mondo del basket. Si aiuta spesso con le braccia per liberarsi dell’avversario; la stessa corporatura molto esile lo rende sfuggente e imprevedibile nei movimenti.

Un bel giorno di marzo del 1999 regala al Derby County una storica vittoria contro i Reds del CT Roy Evans, mettendo a segno un’incredibile doppietta. Il goal vittoria è un inno di esaltazione alle sue doti atletico-balistiche. Punizione dalla tre quarti calciata dal centrale Spencer, aggancio al volo e tiro che si stampa diritto sotto il sette.

Le parentesi

Il Derby County rappresentò in sintesi il suo trampolino di lancio. Il West Ham nell’agosto dello stesso anno si assicurò le prestazioni del centravanti, tuttavia però non riusci ad ambientarsi molto e nella stagione seguente passò al Manchester City, vivendo forse il periodo più prospero della sua carriera in Inghilterra. Nel 2003 ebbe una breve parentesi al Malaga che lo vide entrare in conflitto prima con i tifosi e poi con le scelte dell’allora CT Tapia, e di conseguenza costretto ad un nuovo trasferimento altrove.

Si trasferì prima in Qatar, dove vi arrivò con grandi aspettative e ripartì non molto tardi con un immensa delusione sulle spalle a causa di alcune divergenze con il CT Bruno Metsu.

La fine della sua carriera lo vede prima in Argentina con il Rosario Central dove militerà un paio di stagioni. Successivamente nel 2006 deciderà di sperimentare il calcio del continente asiatico trasferendosi in Giappone nella J. League prima di appendere definitivamente le sue scarpette al chiodo.

Nazionale

Con la nazionale disputò ben due edizioni mondiali, quella del 2002 in Korea e Giappone e quel del 2006 in Germania regalando momenti indimenticabili al popolo del Costa Rica. Divenne il miglior marcatore nella storia dei Ticos siglando una doppietta nella gara inaugurale dei Mondiali 2006, persa per 4-2 proprio contro la nazionale di casa.

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Carriera da allenatore

Terminata la carriera da giocatore, intraprese una carriera da allenatore ripartendo proprio con il club che lo aveva lanciato in Europa: l’Herediano. Risultati mediocri lo costrinsero però ben presto a dimettersi.

Nel settembre del 2011 entrò nel giro della nazionale affiancando il nuovo CT Jorge Pinto. Circa 3 anni dopo, con le dimissioni di quest’ultimo, ne prese interamente la guida. La sua nazionale, della quale per anni ne era stato il maggior esponente proprio da giocatore, lo vide protagonista di una spiacevole rissa con uno steward a bordo campo, durante una gara dell’under 23 a Panama. Tornato in patria il giorno successivo annunciò le sue dimissioni da allenatore, dichiarando di voler estraniarsi in via del tutto definitiva dal mondo del calcio.

Nonostante non abbiamo più sentito parlare di lui ormai da anni, a noi ancora oggi piace ricordarlo per quello che è stato, per i suoi goal, i suoi record, le sue follie come se non avessimo mai smesso di meravigliarci:

” E pensare che veniva dal basket…”

El Payaso che divenne Mago: Pablito Aimar l’idolo di Rìo Cuarto.

L’ Argentina ha consegnato al calcio pagine di letteratura di cui è facile abusare. Terra dall’irresistibile fascino sanguigno, è segnata da un rapporto viscerale con il cuoio, che nei campi di periferia rimbalza incerto e irregolare, come il profilo di molti ragazzi delle villas che li calcano.

Se l’Europa ti seduce, ti vizia e poi ti abbandona senza soluzione di continuità, il barrio non ti lascerà mai. È disposto ad andare persino contro la legge, affinché tu possa dimenticare tutto il resto. Come ha fatto Oscar Daniel Melero, un artista cordobino che ha scolpito una statua di Pablo Aimar a Rìo Cuarto, sua città nativa. Lo ha fatto senza autorizzazione alcuna da parte delle istituzioni cittadine, per le quali è vietato dedicare un monumento a persone ancora in vita.

Quella di Pablo Aimar è una storia controversa che ha subito il peso di una nazione che ha visto crescere sotto i propri occhi  alcuni tra i più grandi interpreti del fútbol. Il trasferimento in Europa, la gloria e i successi per i più forti, per tutti gli altri solo il fardello del giudizio e del confronto.

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Pablito nasce a Rìo Cuarto, una città di 140.000 abitanti a sud di Cordoba, e qui inizia a dare i suoi primi calci alla palla. Ragazzo timido, riservato, mostrava un evidente distacco verso tutto ciò che stava al di fuori del  rettangolo verde. Il suo profilo caratteriale contrasta fortemente con il contorno mediatico della città; Buenos Aires di fatto è una delle metropoli del mondo ed anche una ciudad piena di vitalità che non lascia spazio ad eroi introversi: el baile spesso si confonde con el juego, la pobreza si mescola al sueño di chi un giorno spera di emergere tra i grandi fuggendo da un passato fin troppo snaturato.

Per un timido ragazzo della provincia cordobina, essere catapultati a Buenos Aires è la sfida più grande a cui si possa attingere. Lo stesso Pablo ha sempre ribadito come quello sia stato lo scoglio più difficile da superare durante la sua carriera, più del suo trasferimento in Europa.

Fu un certo Daniel Passerella ad accorgersi di lui e delle sue doti da fuori classe. Abbinava un ampia visione di gioco a sprazzi di puro estro e fantasia. Come un pittore che dipinge un quadro, Pablito dipingeva calcio ammaliante per gli occhi dei tifosi e di chiunque lo abbia visto giocare. Difficile non amarlo, quel suo modo di rendere il difficile cosi semplice metteva in luce tutto il suo talento.

Quando Passarella lo prelevò dall’Estudiantes de Rìo Cuarto per portarlo ai millionarios, lui era appena quattordicenne. Soprannominato el payaso al suo arrivo per quella sua folta capigliatura che lo faceva somigliare ad un clown, venne ben presto ribattezzato come el mago, dopo aver incantato le platee delle canchas argentine  vivendo un quinquiennio idilliaco di magia pura e trionfi.

Quel magico River di metà anni anni ’90 fu etichettato come “la maquinita”  che tradotto altro non significa che “la macchinina”; sì perché quella storica formazione era davvero una macchina da gol, un macchinario che distribuiva gloria e trionfi al popolo argentino.

Pablito Aimar si trovò a farne parte guidato dal tecnico Enzo Francescoli, altra storica icona del futbol albiceleste. Nei primi anni di apprendistato con La Banda, giocava sprazzi di partita al cospetto di straordinari interpreti come SalasOrtega e Fabian Ayala.

Nel frattempo, lo si poteva ammirare da protagonista prima al Mondiale under 17 del ’95, in Ecuador, e successivamente a quello under 20 del ’97.

La selezione che ha partecipato e vinto nel ’97 in Cile, poteva disporre di una generazione che di lì a poco avrebbe scritto la storia recente del calcio argentino. Di seguito vediamo una piccola sintesi del partido contro l’Inghilterra, in cui Pablito fu il vero e proprio trascinatore della nazionale albiceleste. Ad affiancarlo un certo Juan Roman Riquelme  che di Aimar sarà avversario di tanti Superclásico Boca-River, tra i più entusiasmanti di sempre a cavallo tra gli anni ’90 e 2000.

Ai tempi del River El Mago era una delle stelle più brillanti del calcio argentino, a tal punto che da lui hanno preso ispirazione calciatori di generazioni successive. Uno su tutti Lionel Messi, che esplicitamente dichiarò :

Gioca rapido, pensa rapido, prima di ricevere palla sa già quale sarà la sua prossima mossa. Sono impressionato dalla sua velocità di pensiero, da come distribuisce il gioco e dalla qualità dei suoi passaggi.”

Queste parole lasciano chiaramente trasparire come Leo considerasse Aimar un vero e proprio insegnante, una sorta di mentore calcistico. Un modello non solo tecnico, ma anche caratteriale, nello stare in campo e nel rapportarsi ad esso, nel modo di trattare il pallone e scandire i tempi di gioco. Tutto questo, messo al servizio degli altri.  El Payaso  era uno di quelli che faceva giocare bene gli altri, e lo faceva sembrare l’unica cosa che gli importasse davvero.

In un certo senso, la figura di Aimar è ricollegabile a quella dell ‘ enganche che letteralmente tradotto significa  “ gancio ”  ma che applicata al calcio indica il ruolo del trequartista, cioè il giocatore che, dotato di maggior fantasia, funge da collante tra i reparti divenendo l’anima del gioco. Passione, fantasia, sentimento: Pablito senza dubbio è stato uno degli interpreti più brillanti. Il motivo va ben oltre le caratteristiche tecniche; amava giocare per il semplice gusto di divertirsi e far divertire. Aimar, così come altre icone del calcio argentino, resta il simbolo di un’intera generazione.Una figura iconica molto introversa, di cui ancora oggi si parla per quella straordinaria capacità di vedere il gioco e concepirlo in senso puramente estetico:

Con tutte le contraddizioni che si sviluppano intorno ai campetti del calcio amatoriale, ritengo che quest’ultimo sia molto più appassionante rispetto a quello professionistico. Semplicemente perché nel calcio amatoriale emergono maggiormente i valori di attaccamento a questo sport”

Pablo Aimar

“IL RIGORE CHE NON C’ ERA”: LA RECENSIONE SULL’INEDITO TEATRALE DI FEDERICO BUFFA.

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Partirei dal fatto che “l’Avvocato” e le sue storie mi hanno sempre appassionato per quel suo modo così romantico e dettagliato di esprimere concetti,memorie nella storia dello sport . Perché le più grandi storie di sport , come lui ci spiega , spesso nascono da un passato pieno di frastuoni. Poi incredibilmente si mescolano con quel suo modo romantico di interpretarle e quel che ne esce è una leggiadra MUSICA per le orecchie di tutti coloro che come me non hanno mai smesso di seguirlo.

Ho assistito al suo ultimo spettacolo, andato in scena al Teatro Aurora di Scandicci , nel quale Buffa stesso in prima persona si è esibito in veste di narratore- attore. Di fatto si denota chiaramente un filo conduttore che in qualche modo collega la realtà odierna , quella di tutti i giorni, e il suo show.

Definire in modo metaforico, alternando  sprazzi di pura comicità,   quello che è il titolo di uno spettacolo recitato , che rispecchia esattamente un lato  estemporaneo della vita e che si affida del resto al fato, non è cosa poco.

 Bisogna saperci fare quando si collega metafora e verità e bisogna saperne ancora di più  quando mettendo a nudo la realtà si arriva a spiegare ” il rigore che non c’era” interrogandosi direttamente sul ” come sarebbe andata se…” e cosa sarebbe esplicitamente cambiato se il destino del resto ci avesse incontrato in un’altro momento.

IL TEMA CENTRALE.

“Il rigore che non c’era” può esser interpretato come una metafora della vita.  Buffa racconta quei secondi in cui siamo costretti a prendere una decisione che può segnare per sempre la nostra esistenza. Esattamente come gli istanti che passano dal fischio dell’arbitro all’ impatto con la sfera, durante i quali il campione si interroga su dove e come tirare, quella frazione di tempo che segna il passaggio verso la gloria o la caduta nel baratro, la vittoria o la sconfitta.

Ecco che la tematica sul quale Buffa si focalizza diventa di fatto l’imprevisto,  ” un rigore” che forse avremmo potuto evitare, ma che probabilmente faceva già parte del nostro destino.

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E cosi Federico spaziando dal calcio alla musica, dall’astronomia alle grandi conquiste coloniali riesce a trasportare l’audience ad un interrogativo , facendo convogliare ogni esperienza raccontata in ” un rigore”  finale che in qualche modo ha cambiato le sorti della realtà.

LA SCENOGRAFIA.

La scenografia è molto semplice ma di impatto. Due sedie e un tavolino, su cui è seduto uno strampalato speaker radiofonico (Marco Caronna) . Un pianoforte con il suo stralunato pianista ( Alessandro Nidi ). Sullo sfondo la facciata di una casa, sulla quale si trova un graffito raffigurante la copertina di Sergent Peppers, con una porta ed una finestra da cui appare una sorta di angelo (la cantante Jvonne Giò).

Lo spettacolo inizia con Buffa che entra in scena battendo un calcio di rigore. Parte da Pelè e dal suo millesimo gol, arrivato proprio dagli undici metri. Lo Speaker chiede all’avvocato (che interpreta sé stesso) di fare con lui un programma radiofonico per risollevare le sorti della propria radio e così inizia lo show.

L’ Avvocato parte dal Grande Torino, passa quindi alle affinità tra Toro e Manchester United, a Sir Bobby Charlton, a Georgie Best.

Tuttavia però il calcio non resta l’unico tema affrontato. Di fatto l’intreccio narrativo poi, con al centro il tema del destino come inghippo, in quel gioco a incastri che tende sempre a ripetersi, passa per i Beatles, considerando i diritti civili e Bob Dylan, fino a giungere a Stanley Kubrick e alla scoperta delle Americhe.

Buffa si chiede:

“E se Colombo fosse stato convinto di aver scoperto qualcosa di diverso dall’America?”

Poi si risponde :

“Forse oggi non si chiamerebbe così”.

Ma nulla, forse, è concesso al caso. E tutto accade, o è accaduto, perché così doveva essere. Ancora una volta è il fato che decide le sorti.

Un viaggio del tutto surreale all’interno del quale si mescolano personaggi sportivi, eventi storici : una sorta di vera e propria epica sportiva che si addentra all’interno di  una serie di storie che hanno segnato il corso del nostro tempo.

Coincidenze , imprevisti ed interrogativi che celano subito un alone di mistero dietro al quale lo spettatore intuisce presto nascondersi un significato profondo degli eventi. Come già accennato,  sorge per questo spontaneo chiedersi “ Ma come sarebbe andata se...” oppure “ Cosa sarebbe cambiato …” e questo resta proprio uno dei punti chiave sul quale Buffa cerca di farci riflettere.

Un “calcio di rigore ” è  fin troppo devastante talvolta per la storia dell’umanità. Cosi devastante da cambiare in peggio o in meglio il ciclo degli eventi , o per meglio dire la storia del pianeta.

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In sintesi il filo rosso che collega le varie storie tra di loro è facilmente individuabile. In tutte le storie, positive e negative, c’è almeno un avvenimento grazie al quale (o senza il quale) le cose non sarebbero andate così. Basta essere curiosi al punto giusto e avere la voglia di cercarli. Ma per questo non preoccupatevi, non dovrete essere voi a farlo. Ci ha già pensato l’Avvocato.

Quando gli occhi guardano, il cuore legge e la mente viaggia: Coverciano , uno dei luoghi dell’anima.

” Questo scritto è incentrato su un’esperienza personale diretta. Ho voluto raccontarla perché quello che ho percepito entrando a Coverciano è qualcosa che mi ha arricchito, soprattutto dal punto di vista emotivo. Certi luoghi a volte , hanno il potere di tirar fuori emozioni che spesso neanche noi stessi sappiamo di avere dentro.”

Andrea Capolli 

Era un sabato mattina di una languida giornata soleggiata. L’estate volgeva al termine ed i colori autunnali iniziavano pian piano ad affiorare insieme ai variegati profumi  della nuova stagione.

Ricordo bene: la curiosità da un lato e l’euforia dall’altro si mescolavano dentro di me, rimarcando quell’ineffabile desiderio di conoscenza. Esattamente come un bimbo in tenera età, davanti alla vastità del mondo.

Entrare in certi luoghi rievoca sempre emozioni forti, sensazioni talvolta difficili da descrivere. Ma la consapevolezza di sentirle in modo diretto, sulla propria pelle, è una boccata d’aria fresca per il cuore.

Nel cuore dei luoghi dell’anima c’è una storia che viaggia dentro la storia. Un passato pieno di esperienza e trionfi che si mescola gentile ad un presente umile ed apprendista.

Benvenuti nel tempio del calcio, benvenuti a Coverciano!

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Quando si entra a Coverciano, il primo impatto che si ha con la struttura  e l’atmosfera del posto si traduce agli occhi in una esplicita sensazione “lussureggiante”, in primis per l’organizzazione e il mantenimento quasi maniacale degli impianti.

Quello però che percepisce il cuore è tutt’altro; improvvisamente ci si trova nel bel mezzo di una situazione conflittuale tra gli occhi e il cuore stesso. I primi evocano la realtà in modo diretto e si limitano all’apparenza della visita contemplando la struttura e l’oggettistica del museo. Il secondo invece riusciva perfettamente a leggere la storia di quel posto portandomi con la mente a viaggiare dentro ogni singola ” avventura ” degli azzurri. Era come starci dentro.

Non so se sono riuscito a rendere bene l’idea. Mentre gli occhi guardavano, il cuore leggeva e la mente viaggiava.

Sì perché una volta entrati, è davvero difficile uscire. Il museo del calcio di Coverciano racchiude alcuni dei momenti più incredibili della storia degli azzurri. Camminando attraverso i suoi corridoi si assapora veramente la nostalgia del momento.

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Trofei, immagini, maglie e persino scarpini di chi in un modo o nell’altro da protagonista ha contribuito a rendere grandi  le gesta di quella nazionale. E se poi si pensa ai tempi odierni, ad una nazionale che oggi fatica a ritrovarsi non si fa altro che enfatizzare quell’effetto nostalgico, quell’incredibile desiderio di voler rivivere il passato, di voler tornare grandi insieme ai campioni che ci hanno cresciuto.

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Vittorie e sconfitte che a tutti noi nostalgici ci sono rimaste nel cuore. Per quell’immagine limpida e chiara che ancora conserviamo di quelle sere ( che sembrano ormai cosi lontane) in cui inchiodati davanti al televisore con i familiari o gli amici riuscivamo ancora ad emozionarci davanti alle note dell’inno di Mameli.

Il passaggio da una stanza all’altra evoca certamente un cambiamento a livello percettivo. A seconda anche del ricordo più o meno vivo che si ha di quella nazionale e di quell’edizione mondiale.

Ricordo di esser entrato nelle loggia interamente dedicata ai mondiali americani. Incorniciate vi erano le maglie di Baresi, Massaro, Pagliuca e naturalmente la 10 di Roby Baggio.In un angolo un affisso ripercorreva per intero le tappe di quell’edizione.

Mi sono fermato a leggere. Per un istante ho percepito un distacco momentaneo dalla realtà. La mente di fatto tornava incredibilmente alla finale di Pasadena e le orecchie sentivano ancora l’eco delle fatidiche
parole pronunciate da Bruno Pizzul dopo l’ultimo errore dal dischetto di Roby .

Ecco personalmente torno a ribadire che in luoghi come questi la nostalgia sia un po’ di casa. Mentre con la mente continui a viaggiare nel passato , gli occhi colgono un presente quasi fugace e  il cuore assapora il gusto nostalgico di trionfi, sconfitte e abbracci che solo tu ricordi di aver vissuto.

Attraversando gli impianti sportivi, dove vi assicuro che la cura estremamente maniacale dei giardinieri, vi spinge a calpestare quel soffice prato geometrico , si giunge alla parte che emotivamente parlando resta la più incredibile.

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Un colonnato che costeggia  una pista di atletica , proprio al lato di uno dei tanti campi da gioco precede di fatto l’entrata alle lockerrooms o spogliatoi ,cosi indicati nel linguaggio internazionale.

Dunque entrando negli spogliatoi, si ha la netta percezione di come la storia corra veloce lungo i binari del tempo. Mentre la mente ripercorre i nomi di tutti quegli “eroi” che in un modo o nell’altro si sono seduti su quelle panchine durante i ritiri pre-mondiali e che hanno fatto la storia di un epoca : da Gigi Riva a  Paolo Rossi, ai vari Schillaci , Roberto Baggio , Paolo Maldini incredibilmente anche i rumori più lontani dello spogliatoio tornano ad esser musica per le orecchie e per il cuore. Una serie di note che accarezzano la nostalgia del momento.

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Poco più avanti , la palestra chiude il cerchio e segna il capolinea della mia visita a questo luogo magico.Un’insegna enorme sulla parete frontale recita ” LA STORIA ADDOSSO , IL FUTURO ADESSO”mentre al suo fianco una gigantografia degli azzurri nell’ esultanza liberatoria di Berlino 2006, rimanda al trionfo della nazionale di Lippi ai mondiali tedeschi. Ancora una volta tanti ricordi, la nostalgia prende il sopravvento ed io che sento i brividi sulla pelle.

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Se mai avrete l’occasione di trovarvi a Firenze , non dimenticatevi di passare da questo incredibile “scrigno” di ricordi. Perché Coverciano più che un centro sportivo resta ancora oggi uno dei luoghi dell’anima della città del Brunelleschi. Uno di quei luoghi che non puoi fare davvero a meno di visitare , perché in fondo è come:

“Le note di una bellissima canzone 

che di tanto in tanto riecheggia nelle nostre orecchie,

mentre il cuore ascolta e dolcemente sorride.”



Un sogno che dura da 28 anni: “Le notti magiche” di Italia ’90.


Ben otto anni dopo il trionfo di Madrid del mondiale 1982, l’Italia sentiva il bisogno di emozionarsi ancora e provare nuovamente l’estasi collettiva di quell’estate caldissima. Così, nel 1984 la Fifa assegna all”Italia l”organizzazione dei Mondiali del 1990, i quattordicesimi della storia. Dopo 56 anni, il nostro Paese torna così a ospitare una fase finale della più importante competizione calcistica.

«Il Mondiale di calcio sarà l’occasione più opportuna per dimostrare le nostre capacità organizzative.”

Già all’indomani del Mundial spagnolo, l’allora presidente della Federcalcio Antonio Matarrese si domanda: “Se è stato così bello in Spagna, chissà in Italia quale sapore potrebbe avere?”

Pronti-via, e nel febbraio 1986 lo stesso Matarrese affida il compito dell’organizzazione dei mondiali a Luca Cordero di Montezemolo, 39 anni e una già consolidata esperienza come manager di successo, prima alla Ferrari e poi nell’operazione velistica “Azzurra”. Il suo obiettivo? «Realizzare un sogno», secondo il suo slogan che invita a pensare in grande, per fare del Mondiale 1990 una vetrina dell’Italia proiettata verso il Duemila.

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IL QUADRO POLITICO-ECONOMICO

I mondiali italiani del 1990 sono segnati però in qualche modo da una serie di eventi socio-economici e non solo, che in parte influiranno sull’organizzazione dell’evento stesso.

Anzitutto, non dobbiamo dimenticare che al di fuori dei confini della penisola il 1990 è anche l’anno che aprirà la strada al processo di riunificazione delle due Germanie, portando l’Europa ad un inaspettato e repentino cambiamento, in seguito alla caduta del muro di Berlino avvenuta esattamente un anno prima.

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Come tanti altri paesi del continente, anche l’Italia risentirà dell’influenza delle tensioni socio-politiche europee. In effetti, il paese è già stato completamente inglobato da quel turbine cominciato qualche anno prima (1987, anno dell’improvvisa  caduta  della Borsa Wall Street) chiamato “declino“, che lo sta deviando verso l’ultimo stadio evolutivo di un sistema politico, economico e morale che di lì a poco sarebbe collassato .

Basti pensare alle grandi holding: era il caso della FIAT degli Agnelli che, dopo aver conosciuto i guadagni più alti della sua storia nell’anno precedente (1989), vede proprio nel 1990  l’improvviso inizio di una crisi sui fatturati e il conseguente avviarsi in un tunnel pieno di ostacoli e contraddizioni.

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Ma all’epoca pochi lo sanno, o fingono di non sapere; i più lo ignorano, godendosi beati gli ultimi giorni di un Bengodi senza solidi razionali a sostegno.

IL MONDIALE E GLI STADI 

Dall’otto giugno all’otto luglio 1990 l’Italia diventa l’ombelico del mondo calcistico. Città infiocchettate per l’occasione, stadi nuovi o ben ristrutturati e negli occhi della gente quella voglia di vincere, riscattarsi e anche “distogliere l’attenzione” dall’inizio di una crisi ormai già avviata.

Arriviamo però a quelli che furono gli impianti che ospitarono quest’edizione mondiale. In alcuni casi, lo stadio lo rinforziamo: è il caso per esempio di Roma, Napoli,  Palermo;  in alcuni casi invece lo ristrutturiamo: a Genova, Marassi assumerà le vere sembianze di uno stadio all’inglese. In altri casi li costruiamo da zero, come a Bari, dove Renzo Piano consegna il meraviglioso San Nicola, o a Torino, dove l’architetto Hutter progetta il “Delle Alpi“. In altri casi invece ci superiamo , è il caso del “Giuseppe Meazza” di Milano (San Siro) dove viene inserito il terzo anello coperto.

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Proprio San Siro viene inaugurato ufficialmente in occasione della finale di coppa Italia vinta dalla Juventus (presenti quasi 90’000 spettatori), e naturalmente si rivelerà determinante nella fatidica cerimonia d’apertura dell’8 giugno.

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In generale, quando pensiamo al mondiale del 1990 è quasi impossibile non citare o pensare a quelle che sono state “le notti magiche”. Se ce le ricordiamo forse è anche merito di una coppia tanto improbabile quanto efficace. Si tratta di  Edoardo Bennato e Gianna Nannini, che incidono l’ultimo grande quarantacinque giri della storia della musica italiana e che tutti noi all’epoca ascoltavamo con l’autoradio removibile o in uno di quei semplici sterei a mangianastri portatili che hanno segnato indelebilmente le pagine della nostra infanzia.

Inutile dire quanto quelle notti magiche ci siano rimaste nel cuore, per l’impronta fortemente emotiva e nostalgica che hanno lasciato nell’intero popolo italiano.

IL GIRONE ELIMINATORIO

Ma veniamo ai fatti: 24 squadre al via e le nostre speranze sono vivamente riposte sugli azzurrini guidati da Azeglio Vicini, subentrato ad Enzo Bearzot dopo i mondiali messicani del 1986.

La partita che inaugura la competizione è tra Argentina e Camerun; la matricola africana convince e sorprende battendo incredibilmente Maradona e compagni grazie alla rete di Oman Biyik.

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Il giorno seguente tocca all’Italia che, davanti al pubblico tricolore  pieno di aspettative, affronta all’Olimpico di Roma l’Austria. Partita dominata dagli undici di Vicini ma che non riescono tuttavia a penetrare la retroguardia austriaca. Il gol degli azzurri arriva solo a metà della ripresa ad opera del subentrato Totò Schillaci, che presto diventerà proprio uno degli emblemi della nazionale 1990, riuscendo addirittura a guadagnarsi il titolo di miglior giocatore e vincere la classifica di miglior marcatore dell’edizione.

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Nel nostro girone ci sono anche Cecoslovacchia e Stati Uniti, che si affrontano a Firenze. Sono i cecoslovacchi a vincere, anzi, a stravincere, per 5-1 trascinati dal futuro genoano Skuhravy. Nella seconda partita gli azzurri giocano proprio contro gli Stati Uniti e vincono ancora per 1-0, gol di Giannini dopo 11 minuti, faticando però moltissimo e sprecando anche un rigore con Vialli. Anche la Cecoslovacchia supera 1-0 l’Austria e allora diventa decisivo per il primo posto nel gruppo A (con Italia e Cecoslovacchia già qualificate per gli ottavi di finale) l’ultimo incontro all’Olimpico dove i nostri hanno disputato tutto il girone. Vicini lascia fuori Vialli e Carnevale per Schillaci e Baggio ed è la mossa vincente. Gli azzurri danno spettacolo, Totò segna dopo nove minuti, Roby raddoppia al 79′ con un gol che sarà presto il simbolo dei mondiali, partendo da centrocampo e facendo fuori mezza squadra avversaria prima di battere a rete.

Indimenticabili gli occhi spiritati e increduli di Schillaci cui l’arbitro nega un evidente rigore.

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Ottavi di finale. L’Italia, ancora con Baggio e Schillaci in avanti, affronta un Uruguay più cattivo che mai. La partita non si sblocca per più di un’ora, ma alla fine a decidere è ancora Totò, mentre nel finale Aldo Serena, subentrato a Berti, raddoppia con un classico del suo repertorio, il colpo di testa .

QUARTI DI FINALE E SEMIFINALE

Si vola ai quarti dove l’avversario è l’Eire di Sir. Jackie Charlton, fratello del campione inglese Bobby. Il “man of the match” è ancora lui, Totò. Donadoni riceve da Giannini e al limite dell’area decide di assumersi la responsabilità del tiro. Ne viene fuori una saetta che fulmina il para-rigori Bonner. Il portiere irlandese respinge, poi barcolla e cade. Schillaci, il predone, non si lascia sfuggire l’occasione: arriva sulla palla e con un tocco di piatto destro trova la diagonale giusta che arriva al gol. Totò fa poker in questo mondiale e l’Italia si prepara a rilanciare al tavolo di Maradona.

Gli argentini dal canto loro riescono ad avere la meglio su una Jugoslavia ostica e coriacea solo ai calci di rigore: la Jugoslavia la sovrasta ma non segna, e dopo i tempi regolamentari si va alla lotteria dei penalties. Goycochea, nuovo portiere titolare dei campioni del mondo in carica, para due penalty e qualifica i suoi.

IL SOGNO SVANITO

Si arriva a quella che per noi è stata una semifinale piena di rimpianti, che certo speravamo andasse per il verso giusto, visto che Super Totò ci aveva trascinato fin lì con un imprescindibile sete di vittoria. In effetti, è proprio lui a portarci in vantaggio con la complicità dell’estremo difensore  Goycochea; ma poi, un uscita a vuoto di Zenga permette a Caniggia di realizzare il pareggio.

Si andrà ai rigori, con gli argentini infallibili dagli undici metri: Serrizuela, Burruchaga, Olarticoechea e infine Maradona. Goycochea riuscirà a neutralizzare i tiri di Serena e Donadoni regalando ai suoi la finale di Roma, la seconda finale mondiale consecutiva.

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Una magra consolazione arriverà nella finalina per il terzo e quarto posto, dove gli azzurri superano gli inglesi per 2-1 con reti di Baggio e, ovviamente, del solito Schillaci.

UN ANNO DI CONTRADDIZIONI

Il 1990 è stato un anno che ha segnato in qualche modo un punto di svolta per gli italiani. L’Italia era al suo massimo splendore, un paese “modello” che vendeva il proprio brand, inteso proprio come Italia stessa, al mondo di fine anni ’80. Al tempo stesso, però, alcuni settori del paese (come quello automobilistico, il caso FIAT visto nel paragrafo iniziale) iniziavano ad esser toccati da un periodo di crisi che lo stavano spingendo pian piano verso una lenta decadenza.

Sarà un anno pieno di contraddizioni: da un lato il mondiale di Italia ’90 non ha raccontato soltanto le notti magiche di Totò Schillaci, simbolo di quella Nazionale, ma di un’Italia che sognava di emulare le gesta finanziarie del suo manager, Montezemolo; dall’altro lato, invece, avrebbe dovuto esser il motore risolutorio di una situazione che all’interno del paese andava pian piano peggiorando. Si potrebbe definire la “medicina” per un’Italia che lentamente si stava avviando verso la malattia, un declino lento e sofferente che avrebbe condotto il paese negli anni successivi a quella che è stata etichettata come una delle peggiori crisi economiche nella storia della penisola.

A distanza di 28 anni dal mondiale, oggi l’Italia è ancora in cerca di un’identità che in qualche modo la riporti ad essere il paese prospero di un tempo. Tuttavia, tra gli italiani non si è del tutto smarrita quella voglia incredibile di tornare a sognare, provare l’emozione di un qualcosa che li faccia di nuovo sentir grandi proprio come in quelle calde notti magiche. Del resto è l’orgoglio per il nostro paese, che fin da sempre ci contraddistingue, a tenerci ancora in piedi.

Anche per questo, forse, quell’edizione mondiale e le sue “notti magiche” le ricordiamo sempre con un sorriso nostalgico. Perché veramente hanno rappresentato l’apice di un bellissimo sogno, svanito solo sul più bello.



Byron Moreno, una vita segnata dal calcio e dal narcotraffico.

Cartellino rosso all'arbitro Moreno passato al cartello della ...

Tutti ce lo ricordiamo. Purtroppo però fu tutt’altro che un esperienza da ricordare per molti tifosi azzurri e in primis per la nazionale dell’allora C.T Trapattoni. Chi se lo dimentica il mondiale del 2002. I fantasmi di un’ incredibile eliminazione a sorpresa contro la Corea del Sud . Un umiliazione simile non accadeva dal 1966, nel mondiale d’oltremanica, quando in realtà fu l’altra Corea ( quella del Nord) a giocarci un brutto scherzetto per mano di un ex professione dentista Pak-doo-ik .

Pak Doo-ik fu l'eroe che affondò l'Italia -

Maledetto fischietto!

Che la partita non fosse facile lo avevamo intuito, anche perché gli asiatici si presentavano agli ottavi dopo aver superato il girone da capolista, mentre gli azzurri avevano disputato una qualificazione caratterizzata da alti e bassi.

Ma come tutti sappiamo, il vero artefice di quell’eliminazione fu il direttore di gara: Byron Aldemar Moreno Ruales. Il nostro protagonista nasce a Quito (Ecuador) il 23 Novembre del 1969. Diventa arbitro internazionale nel 1996 e partecipa a ben due edizioni della Copa América, quelle del ’97 e del ’99. Viene designato dalla FIFA per la Confederations Cup del 2001, prima di esser scelto tra gli arbitri del mondiale nippo-coreano del 2002.

La partita

Contro i padroni di casa, in un clima ostile, pronti via viene concesso ai coreani un rigore a dir poco “generoso”, in seguito ad una presunta trattenuta di Panucci. Buffon riesce a parare il penalty, soffocando in gola l’urlo di gioia di Ahn e dei tifosi della compagine asiatica.

Al diciottesimo minuto è Christian Vieri a sbloccare il match, ma via via che trascorrono i minuti la condotta tenuta dall’arbitro appare sempre più evidente. Tra gli episodi più clamorosi vengono a mente il clamoroso fallo subito da Zambrotta, la ferita alla testa di Coco ed il brutto contrasto al limite dell’area su Totti. Tutti gesti che restano impuniti.

La Corea riesce poi a pareggiare, portando il match al golden gol. Il resto è storia: Rete regolare annullata a Tommasi, proteste inutili di Trapattoni, esplusione di Totti e gol di Ahn.

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In un clima di evidente tensione fu appunto Ahn a prendere in mano penna e calamaio per scrivere la parola fine. Al 117′, con Maldini in ritardo, l’asiatico spizzica quel tanto che serve a bucare Buffon. Un volto già noto quello dell’attaccante sud coreano, tesserato del Perugia del presidente Luciano Gaucci. Proprio quest’ultimo, nel post-mondiale, decise di espellere il giocatore dalla società, reo di aver mancato di rispetto al Paese. Forse però non tutte le colpe devono ricadere su chi spedì in rete quel pallone. Bensì dobbiamo “incolparci” di aver sprecato fin troppo. La matematica del calcio in questo parla chiaro: Goal sbagliato, goal subito.

Byron e il post mondiale

Con l’Italia fuori dal Mondiale ha inizio la caccia al colpevole: Byron Moreno era appena divenuto il braccio di un complotto deciso dalla Fifa per portare avanti i padroni di casa.

L’immagine dell’arbitro da quel momento verrà storpiata in tutti i modi, la sua faccia da Commedia dell’Arte diventerà il bersaglio di satire di dubbio gusto.

Al ritorno in patria Moreno si fa squalificare per la partita tra Liga de Quito Barcelona Sporting Club. Torna, arbitra tre partite e viene nuovamente sospeso per aver espulso tre giocatori della Sociedad Deportiva de Quito nella stessa partita.

È troppo anche per Byron, che decide così di chiudere la sua carriera da arbitro, dopo che la FIFA aveva già annunciato la sua definitiva sospensione dall’attività. Qualche mese dopo, il giornale messicano Fútbol Total lo etichetterà come il peggior arbitro della storia del calcio.

Cambio carriera?

Appesi gli scarpini al chiodo, Byron Moreno cerca fortuna intraprendendo una carriera televisiva, allettato dalle migliaia di dollari proposti dallo squallido show-business nostranoByron viene quindi invitato a ballare con Carmen Russo in occasione dell’unica puntata del programma di Rai Due, Stupido Hotel. Tuttavia, a causa di quanto accaduto in occasione del mondiale, non riuscirà mai a realizzare il suo progetto.

La rabbia degli italiani è ancora tanta, così come la voglia di schernirlo e ridicolizzare la sua immagine. Invitato al Carnevale di Cento, viene bersagliato di uova. Solo a seguito del trionfo ai Mondiali del 2006 l’Italia perderà interesse per questo controverso personaggio.

Un triste epilogo

Le successive notizie si hanno nel settembre del 2010 quando, approdato all’aeroporto di New York JFK in una condizione del tutto confusionaria, gli vengono trovati addosso ben 4,5 kg di eroina. Byron Moreno lavorava come commentatore sportivo in una TV in Ecuador. L’incredibile tentativo di importare un tale quantitativo di droga negli States era dettato “dalla necessità” di liberarsi dai numerosi debiti che lo avevano sommerso.

Il misfatto gli porta 30 mesi di galera. Durante gli anni trascorsi dietro alle sbarre si narra fosse solito organizzare partitelle tra i carcerati, ovviamente  però non sappiamo con quali risultati.

Oggi Byron Moreno è finito nel dimenticatoio, o meglio lo è per tutti quelli che non vogliono ricordare il triste epilogo di quel tardo pomeriggio del 18 giugno 2002. Ingrassato e invecchiato, si concede qualche comparsa in alcune televisioni ecuadoregne, dove racconta di “essere stato venduto” da loschi personaggi.

Cadere per rialzarsi : ” El Burrito “Ortega e i fantasmi di una vita.

Ariel Arnaldo Ortega è stato un personaggio controverso e pieno di contraddizioni che ha fatto del calcio un fantasioso mezzo per esprimere se stesso e quello che di più sincero aveva da dare alla gente.  In primis a spettatori e tifosi, che hanno avuto il piacere di ammirare le sue funamboliche giocate 

Il genio sportivo oltre l’uomo

Lirica e Fango, cielo e abissi. Due opposti che ben descrivono la sua personalità. Si perchè Ariel fa parte di quella cerchia ristretta di uomini, che deve tutto allo sport per le sue numerose mancanze. Ma in fondo; se riuscite a cambiare leggermente la prospettiva capirete anche che lo sport stesso ha bisogno di questi “geni srelogati” e che se non ci fossero stati probabilmente oggi non saremo qui a raccontare di loro e di quei lampi di estro che ci hanno fatto innamorare.

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C’è qualcosa di strabiliante in lui. Come se sapesse trasformare una semplicità quasi becera , in gesti talmente complessi da risultare parte della sfera celestiale, più che di quella umana. E quando a trentanove anni abbracciato a suo figlio, è uscito per l’ultima volta dal prato del monumental, c’erano 120 mila occhi bagnati da lacrime di gratitudine e di dolore. Erano lacrime d’amore, per quel che era stato, che avrebbe potuto essere e che è ancora tutt’oggi.

“Hacélo y me muero. Hacélo y me muero. La tiró por arribaaaa! Me voy! Me voy! Te quiero hasta the final de nuestras vidas! Te amo futbolisticamente! Siempre fuiste mio Ariel! Ese gol no merece mi grito. Merece el grito de tu gente Ariel! “

Ecco un primo esempio del cambio di prospettiva necessario per arrivare ad amare Ariel Ortega. Generalmente si pensa che il suo marchio di fabbrica calcistico siano stati i pallonetti:  le vaselinas estratte dal cilindro da Buenos Aires a Istanbul, da Valencia a Genova.

E invece il vero marchio di fabbrica di Ortega non è il pallonetto ma il dribbling. La cosa che gli ha sempre dato più soddisfazione, su un campo da calcio, ma probabilmente a livello assoluto, è l’avvertire quel leggero movimento di aria prodotto dalla gamba del suo avversario mentre si muove a vuoto nel tentativo di evitare la gambeta. Un refolo di felicità, fugace e difficilissimo da conquistare.

Le difficoltà della vita

In molti sono convinti che l’avversario principale del suo talento sia stato l’alcolismo, ma lo fraintendono con la depressione. L’alcool è stato per Ortega la via più semplice per scappare dal mal di vivere, sull’esempio inevitabile di un padre che aveva fatto lo stesso. Come sostiene il National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism degli Stati Uniti, per i figli di alcolizzati cronici si moltiplica da quattro a nove volte la possibilità di diventarlo.

Nella sua vita , certe cose non le ha mai capite e forse anche per questo la sua personalità era piena di interrogativi.

Come quella volta in cui si giocava il grande clásico che paralizzava la sua città: Alberdi contro Ledesma. Orteguita, poco più che quindicenne, era in panchina nel Ledesma. Ed era anche l’unico in tutto lo stadio che non sapeva dell’accordo fra i due club: oggi si pareggia, così entriamo entrambi nei play-off.

Entra anche lui, a dieci dalla fine, sul punteggio ovviamente di parità. La partita sembra quasi non giocarsi  più, e il piccolo Ariel non ne capisce il motivo. Quando gli arriva un pallone fra i piedi, è fin troppo facile per lui andare in gol. Un ragazzino che decide il derby della sua città. Gioia pura. Ma solo per lui. Nessuno lo abbraccia, tutti lo insultano. Perché? Il primo di tanti, nella carriera di Ariel Arnaldo Ortega…

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Anche a Buenos Aires arriva pieno di interrogativi. A sedici anni, solo, senza famiglia e senza la possibilità di fare un vero e proprio apprendistato. Un paio di mesi con le giovanili, solo tre partite con la Reserva ( squadra primavera)  e poi dritto alla prima squadra.

Se dovessimo pensare ad una figura paterna, senza dubbio , Daniel Passerella è stato per Ortega un vero e proprio padre sportivo, l’unico in grado di entrare in quella sorta di  “guscio” che lo circondava. Passarella lo fa debuttare a diciassette anni, nel 1991, agli albori della costruzione di una delle versioni più belle e vincenti della storia del Club Atlético River Plate. Non impiegò molto a capire che quel ragazzino aveva grosse potenzialità date dalle sue enormi qualità tecniche, ma dall’altro lato che si trattava di un caso disperato messo davanti alle difficoltà della vita senza alcuna base.

Provò a fornirgliela, facendo cose come quella volta in cui, alla fine dell’allenamento, lo caricò in macchina e lo portò personalmente in banca per fargli aprire un conto corrente. Ortega non aveva la più pallida idea di cosa fosse.

Ciò di cui invece si intende a meraviglia, Ariel, è il gioco del calcio. Lo interpreta del resto come un vero fuoriclasse argentino , giocate incredibili e spettacolo puro, tutto pur di rendere felice il tifoso.

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La carriera

Il primo ciclo riverplatense del Burrito si può dividere in due parti: la prima, dal 1991 al 1994 con Passarella al comando, è stata quella della consacrazione. Nel quadriennio della sua esplosione, fra i diciassette e i vent’anni, prima del suo primo Mondiale e di diventare un beniamino trasversale di tutto il popolo calcistico albiceleste, Ortega vince tre titoli d’Apertura e si impone come il più argentino dei talenti argentini.Nel biennio con Don Ramón il “Burrito”, conquista un altro campionato e soprattutto la Copa Libertadores del 1996, la seconda nella storia dei millonarios.

Orteguita scende sul rettangolo e regala gioie a non finire. Dribbling sfacciati e golazos indimenticabili. Il primo lo segna nel luglio del 1992 al Quilmes. Il più bello, forse, lo regala poco prima di partire per l’Europa, nel 1996 contro il Ferro. Un canto al “futbol” , una poesia disegnata da una corsa in diagonale,da destra a sinistra, un’accelerazione bruciante in area di rigore e una vaselina tanto dolce quanto letale. Un lampo improvviso  di luce bianca, di quelli che durano un istante ma rimangono tatuati negli occhi  per l’eternità.

Due momenti che riflettono una vita dedicata al futbol.

La figura di Ariel Ortega si nutre di passione e fantasia , un amore incondizionato verso il mondo del futbol che fin da bambino lo ha visto calcare i campi con la voglia di divertirsi e far divertire. In campo era apparizione prima che apparenza. Quando era così in stato di grazia, non si esibiva in giocate: metteva in scena momenti iconici. A doverne scegliere due più significativi si fa fatica, ma vale la pena fare un tentativo.

Il primo: bisogna tornare al 30 Aprile del 1994. Giorno di Superclásico. Giorno trionfale per la storia e la gente del River Plate.

Si gioca nel catino della Bombonera , dove i millionarios non vincono da otto anni.Di fronte c’è il Boca di Menotti, duro e brillante. E c’è il solito ambiente infernale del colosseo xenéize, nel quale Passarella  entra con un vistoso asciugamano bianco posto sul capo, per ripararsi dagli sputi che piovono a cascate dalla tribuna azul y oro.

Orteguita resta al centro dell’attenzione di tutti i tifosi naturalmente che sperano in una delle sue magie, per scacciare i fantasmi della Bombonera. Appena ventenne, si cala subito nel ruolo e illumina la manovra fornendo palloni a raffica al suo partner d’attacco Hernan Jorge Crespo ( la prima volta che calca il manto erboso della Bombonera) che tuttavia non sembra riuscire a sfondare la porta avversaria.

Quando però i ruoli si invertono, arriva l’apoteosi: quattordicesimo del secondo tempo, “Valdanito” non si perde d’animo, lavora di spada e di fioretto, serve una palla filtrante per la corsa di Ortega che col destro fulmina Navarro Montoya sul primo palo.

Finirà 0-2, perché appena prima dei tre fischi Crespo troverà il modo di piazzare anche il suo timbro.

La notte del 26 Giugno 1996 si gioca la finale della Libertadores contro l’America de Cali ed è l’appuntamento cruciale per una generazione intera di Millonarios. Il River si presenta con una formazione mostruosa piena di talenti : ci sono sempre Crespo e Ortega, oltre che punti di riferimento come Astrada, Hernán Díaz e Cedrés. Ma ci sono anche Francescoli, il “Mono” Burgos e giovani in rampa di lancio come Sorín, Almeyda e Gallardo. L’andata in Colombia è finita 1-0, il River deve rimontare e il suo popolo è pronto a spingere con tutta la propria forza.

Francescoli , il capitano incita i suoi fin dalle prime battute. Ma il primo, forte segnale lo dà il Burrito, che subito dopo il fischio iniziale prende palla e produce uno slalom speciale seminando tutta la mediana dell’America. Poi la perde, ma la dimostrazione è subito chiara e lì, dopo soli trenta secondi di gioco, s’infrangono già i sogni colombiani: quella notte era già scritta, e il cielo sopra il Monumental si colorava di bianco – rosso . Giusto il tempo, Almeyda  da centrocampo disegna un passaggio verso destra. Ortega s’ invola , verso la porta . Guarda una sola volta, poi fa un cross perfetto. Una traiettoria che sembra calcolata al millimetro per sfiorare le punte dei piedi dei difensori colombiani e impattare l’interno destro di Crespo, libero al centro di un’area di rigore ricoperta di papelitos.

El partido terminerà con un 2-0 , grazie alla seconda mercatura ancora opera di  Hernan Crespo . Il River conquista la sua seconda Libertadores. Orteguita a soli 22 anni tocca il paradiso.

Tira però aria di cambiamento . Cosi il 28 Febbraio del 1997, in un 4-0 all’Union di Santa Fé, saluta il popolo del Monumental . Destinazione Europa , Valencia.

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Destinazione Europa.

Un ‘infanzia tribolata e piena di insidie nella sua Buenos Aires , l’impatto con l’Europa resta altrettanto traumatico. Alla guida del Valencia c’è Claudio Ranieri e  fin da subito si intuisce che il rapporto tra i due è reso difficile dalle enormi diversità caratteriali. Da una parte il Burrito , spirito libero e poco incline ai vincoli di un calcio fin troppo ingabbiato da schemi . Dall’altro Ranieri, forse non troppo flessibile e disposto a modificare le sue tattiche in favore di un solo giocatore.

E’un dato di fatto che i due non si piacciono, e probabilmente mai hanno provato a farlo. Gli anni valenciani per cui si rivelano estremamente pesanti per Ariel tanto da spingerlo ad un nuovo cambiamento. Destinazione Genova.

Prima della nuova avventura italiana però c’è una tappa fondamentale della sua carriera : Il mondiale transalpino del’98.

Il secondo dei suoi tre mondiali giocati. Senza dubbio il più significativo per svariati motivi, a partire dal fatto che alla guida dell’albiceleste El burrito ritrovava il padrino Passarella. Il c.t nonostante le difficoltà valenciane aveva deciso di scommettere ancora su di lui. A lui aveva affidato la camiseta n° 10 di Diego e con lui andò a giocarsi il Campionato del Mondo.

Assist a Batistuta nel sofferto 1-0 dell’esordio contro il Giappone, doppietta sfolgorante e altro assist per il Bati nello show contro la Giamaica. Poi palla vincente anche a Pineda nell’1-0 sulla Croazia, a conclusione di un girone perfetto per l’Argentina e per il suo numero 10, che in quei giorni sembrava davvero il nuovo Maradona. Poi l’Inghilterra, in una partita che è entrata di diritto nella storia del calcio argentino: quella del golazo di Owen, dell’espulsione di Beckham, del 2-2 del “Pupi” Zanetti su di uno schema da calcio piazzato (marchio di fabbrica di Passarella), dei rigori parati da Roa a Ince e Batty. Dell’ennesima vendetta sugli inglesi.

Un Ortega motivato e che senza neanche apparire nel tabellino dei marcatori aveva ancora una volta dimostrato che quel 10 gli calzava a pennello. Purtroppo il mondiale per Ariel assunse un’epilogo triste nella semifinale contro gli olandesi. All’87’ dopo aver letteralmente perso la ragione ,  colpisce con una testata l’estremo difensore  Van der Sar e viene cacciato dal rettangolo di gioco.

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Parentesi italiana.

Genova sembra un buon posto per Ortega . Alla Sampdoria, Ariel regala i pochi attimi di entusiasmo in un anno nero:  la punizione alla Juventus , la serie di gambetas all’Empoli, e soprattutto la vaselina “antifisica” contro l’Inter, che rimane il suo più grande capolavoro italiano, oltre che uno dei gol più belli che si ricordino in Serie A.

Un gol che è anche un manifesto della sua semplicità, del suo essere senza filtri, del suo fregarsene delle conseguenze: esultò, come tante altre volte, togliendosi la maglia. Solo che era diffidato. Venne ammonito e dovette saltare lo scontro salvezza col Vicenza del turno successivo: la Sampdoria perse, avviandosi  verso una retrocessione tutt’altro che preventivata e molto difficile da accettare, quando hai una coppia d’attacco come quella formata da Ortega e Montella.

L’anno successivo vede il suo trasferimento a Parma , dove ritrova l’ex compagno Hernan Crespo e un tecnico come Malesani al quale piace decisamente il suo modo fantasioso di interpretare il calcio. Ma Ortega è già dentro un tunnel. Nel dicembre del 1998 era stato arrestato a Genova perché, completamente ubriaco, si era reso protagonista di una rissa fuori da un locale notturno. Ortega non sta più bene, beve e soffre la nostalgia, decide quindi di scappare ancora e di tornare a casa, al River.

La Vuelta.

Un vita fatta di alti e bassi, di tanti sbagli ma Ortega è pienamente consapevole che nient’altro e nessun’altro al di fuori del suo pubblico di casa riesce a renderlo se stesso . Un’atmosfera calorosa come quella del River resta una delle più stupefacenti del mondo del calcio. Sentirsi così amato ti porta diritto in paradiso.

Il biennio 2000-2002 è senza dubbio il migliore. Torna al River che vanta campioni del calibro di Saviola, Aimar, D’Alessandro e Cavenaghi. È protagonista di uno dei Superclásicos più ricordati dal popolo millonario nei tempi recenti: il 3-0 del Marzo 2002 alla Bombonera. Quello del “Burrito” è un vero e proprio show di fantasia ed estro:  domina il campo, spacca la partita ogni volta che tocca palla, batte la punizione da cui ha origine l’1-0 di Cambiasso, smarca Rojas per la consueta “vaselina” del trionfo e in generale disegna calcio per gli interi 90′ minuti .

Cosi Orteguita sembra aver ritrovato finalmente il sorriso . E’la massima espressione del calcio argentino, la nazione lo venera come un nuovo dio del calcio e proprio in quell’anno torna ad essere  campione col suo River, in un Clausura 2002 che sembra tanto l’antipasto della grande abbuffata.

Di lì a poco però le cose prenderanno pieghe ben diverse, e Ariel sprofonda lentamente in una crisi economica dal sapore amaro.

Il mondiale del 2002 si rivela un totale fallimento per lui e la nazionale argentina . “Come è stato possibile?” si domandano in tanti  che una delle Nazionali migliori e più accreditate,  guidata da uno dei tecnici più blasonati del momento sia uscita in modo così sconcertante nella fase a gironi.  Una cosa per cui ancora oggi Marcelo Bielsa non riesce a trovare pace .

In preda alle necessità economiche ,si trova costretto ad emigrare nuovamente in una realtà come quella del Fenerbahce ( Turchia) , fin troppo lontano e distaccata dai suoi canoni standard di interpretazione calcistica. Un contratto da capogiro per quanto riguarda il lato economico, ma anche l’inizio della sua triste fine. Istanbul non è affatto un posto per lui, il cibo le abitudini, la mentalità non fanno altro che accentuare la nostalgia della sua tanto amata Argentina. Chiaramente scappa, ma lo fa nel modo peggiore possibile: a Febbraio del 2003, dopo una partita giocata con la Nazionale ad Amsterdam, torna a Buenos Aires rompendo unilateralmente il vincolo con il Fenerbahce, che reagisce denunciandolo alla FIFA. La risposta è una multa da oltre 10 milioni di dollari e una sospensione dall’attività professionistica. Sommerso dai debiti e senza calcio, a ventinove anni Ariel Arnaldo Ortega è semplicemente finito.

C’ è ancora una figura però, un uomo,  disposto a dargli l’ennesima chance :  Américo Gallego. Ortega è perso, non gioca da oltre un anno ed è praticamente in bancarotta, ma Gallego convince il Newell’s Old Boys, storica società di Rosario ad acquistare la proprietà del suo cartellino sperando in una rapida resurrezione. Il club riesce a sistemare la complicata vicenda con il Fenerbahce e si assicura le prestazioni del fuoriclasse.  Nell’ Agosto del 2004 Ariel è di nuovo in pista. I piedi sono sempre gli stessi, la testa anche. Ma è cambiato il suo volto. È cambiata l’espressione. Ortega è di nuovo vivo, ma non è felice. Gioca, segna e vince, regalando  ai suoi domeniche di calcio fantastico. Però è anche visibilmente incattivito, sembra covare rabbia, contro non si sa chi. I sorrisi sono pochi e i gesti di stizza tanti.

In due anni con il Newell’s Ortega dimostra di essere ancora un calciatore. Di potersi ancora permettere un gran finale di carriera. Perché il suo pensiero fisso è sempre quello: le tribune del Monumental.

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Riesce a tornarci nel 2006 , ma quello che scende in campo è un Ortega che è già sprofondato nel tunnel dell’alcolismo. Forse neanche più il calcio riusciva a colmare quella sensazione di vuoto interiore che solo l’alcool sembrava esser in grado di fare. Ammette pubblicamente di essere alcolizzato e depresso;  da lì in poi di fatto sarà un continuo susseguirsi di cure mai portate a termine.

Il suo ritorno, appena un mese dopo l’ammissione della sua dipendenza è qualcosa che attualmente si trova scritto indelebilmente nelle pagine più nostalgiche del calcio sud americano. Quel Clásico col San Lorenzo, quella vaselina raccontata con tutto l’amore del mondo da Costa Febre. Le sue parole sono un’inno all’amore, all’ affetto che abbraccia direttamente un campione che non ha mai smesso di regalare gioie e magie al suo pubblico.

Poi, però, nel 2009 ha avuto l’ennesimo crollo esistenziale, culminato nella fuga a Mendoza, all’Independiente Rivadavia, squadra di seconda divisione che gli offriva un contratto a patto che seguisse un trattamento disintossicante. Nove mesi di esilio, in cui non tutto è andato benissimo ma nei quali ha ritrovato la motivazione e la condizione per tornare a mettersi la maglia dei millionarios, nel 2010.

La fine di una carriera travagliata.

Tutto però va ormai a rotoli.  Nel febbraio del 2010 arriva un’altra volta tardi all’ allenamento e completamente ubriaco: il tecnico Leo Astrada e il vice Hernan Díaz ,suoi ex compagni nel grande River di inizio anni ’90  lo fanno fuori dopo averle provate tutte.

A maggio gioca in Nazionale la sua ultima partita, contro Haiti, in un’amichevole in cui il CT Maradona voleva semplicemente effettuare alcuni test in vista del Mondiale in Sudafrica. Non vestiva l’Albiceleste da sette anni, gioca un’ora carica di stile e nostalgia. Ortega mostra Ortega alla sua Nazione per l’ultima volta, poi esce di scena. Con quel sorriso dolce e depresso, picaresco e infantile. Perso dietro al sogno di un ultimo Mondiale che non potrà mai appartenergli.

Esce così di scena, salvo tornarci per l’addio ufficiale.

  “…Creo que todos jugamos porqué nos gusta el fùtbol, amamos el fùtbol porqué lo llevamo en el alma y en el corazòn …”     

ARIEL ORTEGA. 

Ariel Arnaldo Ortega è un uomo che nella sua vita non è mai riuscito a trovare la felicità, ma che non ha mai smesso di darne al suo adorato River Plate. E in qualche modo anche a tutti quelli che non hanno potuto fare a meno di amarlo.

Francia -Croazia : 20 anni dopo dai mondiali transalpini. Quando le stelle erano Suker e Zizou.

Si parla di una storia che viaggia dentro la storia. Il tempo corre veloce e i ricordi conservano quello che le lancette tentano di cancellare. Siamo arrivati in fondo ad un mondiale, che a dir il vero forse non ha avuto  lo stesso sapore dei precedenti. Vuoi un po’ per la delusione rimediata precedentemente a causa della non qualificazione degli azzurri, vuoi dall’altro lato perché ci è sembrato fin troppo banale che nessuna delle matricole sia riuscita  in qualche modo a dargli un sapore diverso.

 

Mi riferisco in particolare a quelle che nelle edizioni precedenti erano considerate le “underdogs” ma di fatto erano riuscite a sorprenderci ; un po’ come il Senegal di Bouba Diop e compagni in Korea and Japan 2002 che giunse fino ai quarti di finale , la stessa Turchia che terminò la medesima edizione al terzo posto o addirittura come la Jamaica dei “Baristi” del 1998 alla quale ho dedicato uno dei miei precedenti scritti.

Il 1998 è proprio l’anno di riferimento che in qualche modo si ricollega al mondiale attuale per l’incontro che domenica vedrà opposte in finale due formazioni ( Francia e Croazia), che già si erano affrontate proprio in quell’edizione ospitata dai transalpini , in una semifinale da cardiopalma.

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Francia ’98 fu diciamo un mondiale di svolta , che portò tuttavia alcune novità rilevanti nel palcoscenico internazionale. Di fatto la FIFA allargò il mondiale a 32 squadre e  introdusse : il golden goal che sanciva il vincitore oltre i tempi regolamentari, l’espulsione per il fallo da tergo, la possibilità di effettuare 3 sostituzioni e per concludere i pannelli luminosi per indicare i minuti di recupero.

Per i francesi si tratta della seconda volta a distanza di sessantanni. L’organizzazione le è stata assegnata nel 1992 dal Comitato Esecutivo UEFA di Zurigo, che ha preferito la candidatura transalpina a quella delle contendenti Marocco e Svizzera.

Giusto per darvi un infarinatura generale citando un po’ di storia il 1998 è in generale un anno di svolta non solo per il mondo del calcio ma anche per quello della musica per esempio. Infatti se fino ad ora la musica house è la regina delle discoteche, sono i rave party a rappresentare il fenomeno urbano del momento, con orde di giovani in rivolta che occupano vecchi stabilimenti industriali in disuso al suono della musica techno, rappresentazione plastica dell’onda contro-culturale del decennio che sta per concludersi. 

Intanto mentre sul fronte delle piattaforme di rete , due venticinquenni studenti di Standford, Larry Page e Sergej Brin, stanno per fondare Google (che diventerà il più famoso motore di ricerca sul web) , il tema della privacy è al centro del dibattito pubblico da qualche mese in cerca di una definizione delle modalità  su come e dove l’informazione viene diffusa.

Anche il cinema ovviamente presenta le sue novità. Infatti mentre l’Oscar è assegnato a Titanic, di James Cameron, l’uragano pulp di Quentin Tarantino sconvolge il mondo del cinema. Le Iene, Jackie Brown e, soprattutto, Pulp Fiction, diventano pellicole capaci di creare una nuova estetica regalando un’accezione postmoderna al termine pulp. Immagine correlata

Dopo questa breve parentesi su alcuni cenni storici dell’anno ’98 torniamo però dove ci eravamo lasciati , focalizzando la nostra attenzione sul mondiale francese. Più precisamente prendiamo in considerazione le due rispettive formazioni : La Francia di Zizou Zidane , miglior giocatore del torneo e la Croazia di Davor Suker , assoluto vincitore della classifica marcatori di quell’edizione.

 

La Francia dal canto suo vanta molte altre personalità di rilievo quali Barthez tra i pali, lo stesso Blanc e i vari Deschamps, Henry , Djorkaeff, guidata da un c.t Aimé Jacquet che punta molto sulla tattica del  contropiede: veloci ripartenze sugli esterni e una cura assai meticolosa della fase difensiva. I transalpini forti delle loro qualità chiudono il gironcino con 9 punti , dopo aver passeggiato  con Sud Africa e Arabia Saudita e aver battuto di misura i cugini europei della Danimarca. Agli occhi di tutti traspare chiaramente una nazionale del tutto rivoluzionata rispetto a quella delle precedenti edizioni , molto più solida dal punto di vista tecnico- tattico e soprattutto , sotto la luce della sua stella più luminosa Zinedine Zidane,del tutto determinata a vincere.

Dall’altro lato la Croazia , sicuramente una delle sorprese del torneo per quanto poi fece vedere. Alcuni nomi di rilievo li ritroviamo nei vari Zvonimir Boban , Goran Vlaovic ,Davor Suker ma la percentuale di questi era niente comparata a quella delle big e qui mi riferisco in particolare ad Argentina, Olanda, Inghilterra e la stessa Francia.

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La formazione guidata da C.T Miroslav Blažević chiude con un secondo posto nel girone, alle spalle degli argentini, dopo aver perso di misura con quest’ultimi e superato negli altri due incontri rispettivamente Jamaica e Giappone.

Un mondiale che fino ad adesso aveva  già entusiasmato. Forse proprio la magia dell’atmosfera che si respirava in quell’estate del 1998 accompagnata dalle note musicali del singolo di Riky Martin La Copa de la vida contribuiva a renderlo il mondiale della svolta , uno di quei mondiali che non smetterai mai di ricordare . Peccato in fondo per gli azzurri e quella maledetta traversa .

Si vola agli ottavi , dove la Francia   spedisce a casa il Paraguay. Dopo gli estenuanti tempi regolamentari terminati in parità , trova il sigillo qualificazione ai supplementari con Laurent Blanc proprio con la regola del goden gol  , che getta nello sconforto più totale Chilavert e compagni. Francia ai quarti.

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La Croazia affronta una Romania che vola sulle ali dell’entusiasmo , vista la centrata qualificazione agli ottavi ( i giocatori della nazionale rumena in occasione dei festeggiamenti si erano tinti i capelli di giallo ) . Agli ottavi però le cose vanno diversamente. Basta una rete su penalty del solito Suker per decidere chi andrà avanti. Croazia ai quarti. Hagi e compagni costretti a rifar le valige.

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Siamo ai quarti di finale, ed è il momento di parlare di quella partita stregata ,che ancora oggi ricordarla ci lascia tanto amaro in bocca. Gli azzurri uscirono di scena proprio contro la nazionale di Zizou. Noi tutti ci ricordiamo chiaramente come andarono le cose, forse per un attimo avevamo pure pensato di passar il turno,  se solo quella palla girata al volo da Roby Baggio al 12’del primo tempo supplementare  si fosse insaccata.

Poi i calci di rigore e quella maledetta traversa di Gigi di Biagio. Il sogno azzurro si interrompe ai quarti.

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La Croazia d’altro canto gioca la partita della vita contro i tedeschi. I croati mettono in scena una delle più belle prestazioni viste fino ad adesso e piegano la Germania 3-0. A sorpresa la nazionale balcanica raggiunge un’incredibile e  storico traguardo chiamato SEMIFINALE.

E dunque adesso, siamo arrivati finalmente dove volevamo arrivare. Alla partita che in qualche modo ha ispirato la mia penna. Forse non solo la mia , quella di chi  come me da buon nostalgico davanti ad una finale di questo calibro ( mi riferisco al mondiale in corso) non poteva davvero rimanere indifferente. Esattamente vent’anni dopo , è di nuovo  Francia -Croazia.

Non sto a dilungarmi sul come andarono le cose in quell’8 Luglio nella semifinale al  Saint Denis . I più nostalgici ovviamente ricorderanno per filo e per segno quella partita. Vantaggio croato con il solito Suker ad inizio ripresa, e pareggio immediato di Thuram. Al 69′ ancora Thuram rovescia le carte in tavola e fa 2-1 con una bordata da fuori che si insacca  nell’angolino più lontano.

La spuntarono i Francesi tra le lacrime di Barthez ,la gioia di Zizou vero leader e trascinatore dei transalpini anche in finale. Sua infatti la doppietta che portò gli uomini di Jaquet  al doppio vantaggio prima del definitivo sigillo di Petit nel 3-0 rifilato al Brasile.  Per i croati il mondiale francese fu come scalare una dura e faticosa montagna.Purtroppo i sogni della Croazia si spensero poco prima di raggiungere quella vetta illusi dal momentaneo vantaggio del loro goleador  Davor Suker. Per certi aspetti forse avevano già compiuto un ‘impresa. Nessuno mai avrebbe scommesso su di loro prima dell’inizio di quel mondiale. E quel terzo posto conquistato nella finalina di Parigi contro gli olandesi ne fu la riprova a testimonianza ancora una volta del loro valore.

Domenica a Mosca le due formazioni si affronteranno di nuovo.Per la prima volta nella storia dei mondiali , in una finale.  Sarà il talentuoso Modric contro il gigante Pogba  . Fa quasi effetto a distanza di vent’anni pronunciare oggi nomi di atleti odierni che pur quanto di livello, non hanno niente a che fare con la tua giovane infanzia . Ma non fraintendetemi,c’è una storia che viaggia dentro la storia e del resto i mondiali sono un’evento unico che unisce il mondo fin da sempre.

Potrebbe essere l’occasione per una fatidica rivincita per i croati. O più semplicemente solo la conferma che davvero con i francesi non si scherza. Comunque vada sarà un “nostalgic day ” per tutti quelli che seduti davanti al televisore  in un modo nell’altro rievocheranno i ricordi di quell’ 8 luglio della lontana estate del’98. La storia è strana e a volte  si ripete. Cosi la nostalgia irrompe ed evidenzia la bellezza del momento.  Allora mettetevi comodi e lasciate che sia la  nostalgia del momento a trasportarvi con la mente ancora una volta alle emozioni di quella semifinale.

E’ tempo di scendere in campo . E’di nuovo tempo di Francia  vs Croazia.

com

 

 

 

 

Una valigia piena di ricordi : Bora Milutinović Il C.T giramondo.

INTRODUZIONE.

Quando ci troviamo davanti a personaggi di questo calibro, limitarsi a  raccontare semplicemente le avventure della loro vita può sembrare  diminutivo.

Quello che sarebbe interessante fare è cercare di entrare nella psicologia che avvolge casi incredibilmente eccezionali come questo e capire cosa li caratterizza nella loro sfera privata, cosa li porti ad essere quelli che realmente sono, divenendo prima icone di fama mondiale e finendo  per poi essere ricordati in una delle pagine di sport più nostalgiche di sempre.Risultati immagini per milutinovic

Velibor Milutinović , meglio conosciuto con lo pseudonimo di  Bora può di gran lunga esser considerato un cittadino del mondo se analizziamo quello che è stato il suo profilo da C.t . Ha giocato ed allenato in 14 paesi del globo , solo l’Oceania resta l’unico angolo remoto del Pianeta dove Bora non ha coltivato nessuna esperienza. Parla ben 5 lingue : serbo, inglese,spagnolo,francese,  italiano  , qualche parola in russo e in mandarino .Un uomo nel quale si fondono molteplici culture , che ha fatto della propria vita un romanzo di avventura , un libro di viaggi con tante pagine da raccontare.

Il francese Morand scriveva:

’Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti’’;

E chi meglio di Bora ha rimasticato e fatto sua questa massima venata di cinismo, guardandosi bene dal voltarsi indietro e rimuginare sul passato, versando magari lacrime amare su ciò che non è stato e invece poteva essere?

VITA E PRIMI PASSI NEL CALCIO. 

 

Milutinović nasce a Bajina Basta una piccola cittadina di montagna ai confini tra Serbia e Bosnia Erzegovina.

“Non ho mai conosciuto mio padre Orzad, caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, combattendo per i partigiani di Tito. Un anno dopo è morta anche mia madre Darinka, se la portò via la tubercolosi.”

Cresciuto con la sorella Milena e i fratelli Miloš e Milorad iniziò a viaggiare sin da piccolo trasferendosi ad abitare dagli zii a Bor , un piccolo paese a 40 km dal confine tra Bulgaria e Romania.

Quando ero bambino, ogni 29 novembre, festa della Repubblica, vestivo il foulard rosso e la Titovka, il cappellino blu, e sfilavo con i Pionieri di Tito. Bei tempi, la Jugoslavia era un paese unito e orgoglioso. L’infanzia l’ho trascorsa giocando a scacchi e a calcio per strada. 

Il calcio si conferma una delle sue più grandi passioni fin da piccolo. Prima di scegliere il destino da allenatore giramondo, Bora era un centrocampista. Un buon centrocampista, che, grazie al suo dono con il pallone tra i piedi, può lasciare la sua terra e iniziare a fare quello che gli piace davvero.

Giocavo mediano, dei tre ero il meno talentuoso, ma ho comunque giocato in nazionale Under-18…” 

Come i fratelli , cresce nel Partizan di Belgrado, partecipando a quello che è uno dei tornei giovanili internazionali più importanti di Europa : il celebre torneo di Viareggio.

 “Come Miloš e Milorad, anch’io sono cresciuto nel Partizan e una delle mie prime esperienze all’estero fu il torneo di Viareggio, dove ho giocato contro il Milan di un certo Giovanni Trapattoni.”

La vetrina che la maggiore espressione del calcio serbo gli concederà suscita ben presto gli interessi del Fussball club Winterthur di Zurigo. Intorno alla metà degli anni Sessanta decide per tanto di lasciare la Jugoslavia per la Svizzera. Lui stesso è del tutto inconsapevole sul fatto che nella sua terra natale non vi tornerà più. Successivamente onorerà i colori di Monaco, Rouen e Nizza prima di intraprendere una decisione spiazzante: non sentendosi ancora pronto per appendere gli scarpini al chiodo sceglie come ultimo giro di giostra il calcisticamente insolito Centro America, precisamente Città del Messico. Nella Ciudad, oltre a vestire la casacca dei gloriosi Pumas, Bora troverà l’altro grande amore della sua vita e il solo dal quale non ha tentato di smarcarsi: una donna, messicana e benestante, con cui in breve tempo deciderà di unirsi in un destino comune.

DA GIOCATORE A CITTADINO DEL MONDO. 

Col terminare della sua attività da atleta, Milutinović decide di intraprendere il percorso che lo ha reso il ” cittadino del mondo” che oggi conosciamo. Una valigia sempre pronta, da una panchina all’altra a giro per il mondo . Un’avventura sempre nuova da intraprendere e un mucchio di sogni nel cassetto da realizzare. Un eterno viaggiatore mai stanco della sua professione.

Nel 1983 ,dopo aver precedentemente guidato il club dei Pumas (nel quale aveva militato come giocatore) approda alla guida della selezione Nazionale. Agli albori degli anni ottanta il Messico non è ancora il paese calcio-centrico che è ormai presenza fissa nelle competizioni internazionali da oltre tre decadi, né tanto meno quella fucina di talenti da cui hanno spiccato il volo Cuauhtémoc Blanco , Dos Santos o il Chicharito Hernandez; è il Mondiale del 1986 e si gioca ancora tra i confini amici.Risultati immagini per milutinovic messico 86

L’attesa attorno ai messicani si capta nell’aria e a confermarlo sono i 110.000 cuori palpitanti all’unisono nel leggendario Azteca, teatro della gara d’esordio tra Messico e Belgio. I ragazzi di Bora non deludono le aspettative, imponendosi con un meritato 2 a 1. Complici anche le avversarie di non elevatissima caratura (Paraguay e Iraq le altre due contenders) il superamento del girone è un gioco da principianti.Negli Ottavi a cedere sotto la spinta di un intero popolo è la Bulgaria, che in questa edizione sta mettendo le basi per l’exploit impronosticabile di Usa ’94. Alla primissima esperienza, la ventata di passione che il serbo porta con sé è già sinonimo di successo: il Messico torna ai quarti di finale. A fermarne purtroppo la corsa arriva la più esperta, quadrata e blasonata Germania, capace poi di giungere sino in finale. La disputa si gioca sul filo dell’incertezza e a condannare i padroni di casa sono i tiri dagli undici metri. Si tratta d’una battuta d’arresto dal sapore dolce.Il CT lascia il Messico da eroe, per accettare l’incarico di due squadre di club: San Lorenzo prima, Udinese poi.Saranno però due parentesi poco significative , quasi fossero due ostacoli alla sua eterna ricerca dell’insolito.

SI VOLA IN COSTA RICA. 

Valige pronte. Questa volta la destinazione è ancor più atipica. A richiedere le attenzioni di Bora è un’isola ispanica del centro america: Il Costa Rica. Fin dalle prime dichiarazioni Pre-esordio Mondiale ( Italia’90) Bora dimostra di credere fortemente in questo gruppo arrivando ad esaltare le enormi chance dei suoi di passare il turno.

Milutinovic e l'impresa "genovese" della Costa Rica: «Ferraris, maglie Juve  e pesto per le nostre Notti Magiche» - Il Secolo XIX

Nell’incredulità più totale, i costaricani superano prima la Scozia , poi la Svezia candidandosi di diritto a sorpresa della manifestazione. Milutinović non pare per nulla sorpreso, anzi minimizza sfoderando il suo classico sorriso placido; d’altronde, per chi è nato per le imprese semi-impossibili, portare ventidue ragazzi che credono ciecamente nelle strategie del proprio mentore agli ottavi di Finale di un Campionato del Mondo, è cosa da poco.L’ostacolo successivo si chiama Cecoslovacchia, compagine dalla tradizione ormai consolidata: non bastano però l’entusiasmo della nazione più felice del globo a fermare l’avanzata di Skuhravy e compagni, che passeggiano con nonchalance sui centroamericani. L’avventura spensierata finisce con l’insperato traguardo delle top 16; ancora una volta Milutinović è salutato al rientro come una sorta di santone salvifico.

Il mondo comincia a notarlo, la figura carismatica proveniente da Bajina Basta ha dimostrato di saperci fare , tant’è che sono gli Stati Uniti a volerlo come timoniere in vista della successiva edizione ospitata proprio dagli yankee.

NELLA TERRA DI COLOMBO. 

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In una terra poco avvezza al pallone di cuoio la massima aspirazione è superare le colonne d’Ercole delle fasi a gironi; anche questa volta, il nostro eroe centra l’obbiettivo, strappando la qualificazione per il rotto della cuffia in virtù di una buona differenza reti nel confronto tra le terze classificate. Gli States saranno eliminati ai quarti di finale contro un Brasile più cinico e determinato che andrà a segno con la stella Bebeto. Nonostante l’eliminazione dal torneo, Bora raccoglie comunque i grossi meriti di aver contribuito a gettare le basi per la diffusione del soccer  rendendolo uno sport in via d’espansione all’interno dei confini statunitensi, visto che nell’era pre-mondiale Stati uniti e calcio non sono mai andati cosi d’accordo.

UNA TERRA PIENA DI MONDO. 

Terminata l’avventura a stelle e strisce, neanche il tempo di fare i bagagli ed arriva la chiamata dal continente Nero. Ad alzare la cornetta è la Nigeria. Il materiale che il nuovo coach da un giorno all’altro si trova tra le mani ha impresso a lettere cubitali ‘’maneggiare con cura’’: un gruppo di ragazzi ancora da formare caratterialmente parlando ma se ben amalgamati, avrebbe le potenzialità per sovvertire le gerarchie, portando la scuola africana sul tetto del mondo.I nomi in rosa  sono incredibili Babayaro, Babangida, Finidi, senza trascurare Kanu, Taribo West e il funambolico Jay-Jay Okocha.

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C’è bisogno però dell’esperta mano di un traghettatore rodato, di un inflessibile maestro che prenda per mano queste potenziali stelle e le faccia marciare verso un unico obbiettivo. A Francia ’98 le cose iniziano nel migliore dei modi; nella gara d’esordio le Aquile piegano la Spagna 3-2 in una gara rocambolesca all’insegna dello spettacolo e si ripetono con la Bulgaria, stavolta di misura con un semplice 1 a 0. La sconfitta col Paraguay , resta ininfluente ai fini della qualificazione dei Nigeriani.

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Al turno successivo purtroppo le speranze e i sogni delle Super Aquile si infrangeranno nel muro Danese. Quello che è mancato alla nazionale africana non sono stati i mezzi fisici o tecnici ma bensì l’equilibrio tra i reparti e la scarsa inesperienza davanti agli appuntamenti di spessore. Dopo la prima frazione terminata con gli Scandinavi avanti per 2-0 ,nella ripresa i danesi dilagano. Una rete da cineteca di Sand e il poker calato dal futuro milanista Helveg, contribuiscono a render ancor più ampio il divario. L’entusiasmo di un gruppo di ragazzi salvato grazie al calcio. Da un’esistenza soffocata dagli stenti, la voglia di regalare alla propria gente alcune briciole di un riscatto ancora troppo lontano non bastano: la Nigeria è eliminata. Fine della corsa.

VERSO LA MURAGLIA CINESE E OLTRE. 

Valige di nuovo pronte. Il paradosso del paese più popoloso del Mondo, con ben quasi un miliardo e mezzo di abitanti, è la totale estraneità al gioco del calcio. Il livello della rosa, pressoché inferiore a quello dei campionati dilettantistici di mezza Europa, non lascia presagire nient’altro se non qualche sgambata ai limiti del ridicolo.Destinazione Cina.

Ai calciatori cinesi mancano le basi di tattica e tecnica, Bora lavora a fondo, organizzando decine di amichevoli contro nazionali di blasone.Guidare la Cina ai Mondiali sembra una missione impossibile. Quando gli chiedono le possibilità di qualificazione, Bora risponde che su 40 nazioni asiatiche, almeno 10 sono meglio della Cina ma lui avrebbe comunque ottenuto uno dei due posti disponibili. La prima fase di qualificazione fila via liscia, anche per la debolezza delle avversarie (Cambogia, Indonesia e Maldive). Milutinovic non capisce il cinese e forse è meglio così, visto che viene duramente contestato durante una partita casalinga contro la Cambogia, sconfitta “solo” 3-1. Il secondo e ultimo turno mette di fronte i cinesi ad avversarie più insidiose: Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar e Uzbekistan.Il cammino degli uomini di Bora è un trionfo: 6 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta, nell’ultima e ininfluente gara in Uzbekistan. Il 7 ottobre 2001 la Cina si qualifica aritmeticamente ai Mondiali (la prima ed ultima per la Repubblica Popolare Cinese)  e quel giorno mezzo miliardo di persone guarda la partita alla TV, superando di quattro volte l’audience del Super Bowl.

Bora è diventato un eroe nazionale, i tifosi acclamano il suo nome “Milù”, vista l’impossibilità di pronunciare la erre. Ogni uscita pubblica è un bagno di folla, nel febbraio 2002 visita la Grande Muraglia cinese assieme a Pelè; Bora approfitta della popolarità per arrotondare. Sponsorizza un po’ di tutto: bevande energetiche, lettori DVD, condizionatori d’aria, liquori di riso, scrive persino un’autobiografia “Zero Distance”, diventato un best-seller. In Cina la febbre Mondiale è alle stelle, in molti credono alla vittoria del Mondiale.

La manifestazione sarà invece solo un’inusuale passerella, con le tre sconfitte, le nove reti subite senza realizzarne nemmeno una; ma, fatto assolutamente atipico nella conservatrice cultura asiatica, a rimanere impressa negli annali del calcio, sarà per sempre il nome di quello strano europeo.

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IL PROFESSORE CHE INSEGNAVA AL MONDO. 

Altre genti e culture hanno negli anni avuto la fortuna di servirsi del suo sapere e, viceversa, a lasciarsi studiare e compenetrare dall’antropologo della panchina. Sì, perché da una figura simile, si prende e al contempo si dona un pezzo del proprio patrimonio, della propria essenza. Honduras, Giamaica e infine Iraq, le ultime tappe dove ha continuato il lavoro di una vita.

Non è mai facile porre dei limiti a persone cosi, altrettanto difficile quindi dire se il viaggio di Bora , il suo eterno peregrinare troverà mai una destinazione definitiva. Il cittadino del mondo che ha insegnato calcio a mezzo globo impugna di nuovo la sua valigia piena di ricordi pronto a ripartire. In attesa di un nuova avventura , di un nuovo viaggio da intraprendere ,nuove culture da conoscere e nuovi orizzonti da scoprire. Perché Cittadini del mondo si nasce , non si diventa. 

Djalminha , il brasiliano del futebol moleque.

Quando si fa riferimento ai talenti brasiliani e al loro modo estroso di esprimere ed intendere il calcio si percepisce spesso qualcosa di sovrannaturale, che  in qualche modo è in grado di sconvolgere i piani , gli schemi avversari con una magia tirata fuori da quel cilindro che solo pochi possiedono.

Dentro questa cerchia rientrano ovviamente i vari Ronaldo, Romario Ronaldinho , Rivaldo .

Poi c’è lui uno di quei talenti che avrebbe potuto fare e avere quasi tutto, ma che ha soltanto scalfito la superficie del successo e del riconoscimento delle sue innate qualità: Djalma Feitosa Dias meglio conosciuto come Djalminha. 

L’interprete di un calcio di pura fantasia,un istintivo del gioco capace di giocate incredibili , di cose a metà tra Norman Bates e Francis Bacon. Insieme ad Edmundo rimane probabilmente il talento più incompreso degli ultimi vent’anni.

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Djalma Feitosa Dias è rimasto sostanzialmente celebre ad una nicchia di pubblico per il periodo in cui ha indossato la maglia del Deportivo la Coruña, cinque anni nei quali ha avuto modo di agire all’interno di un contesto; il più ideale possibile per le sue caratteristiche, sia tecniche che attitudinali. Allo stesso tempo però la sua discontinuità ha fatto si che il suo ricordo in qualche modo sia stato alleggerito , forse per quel suo carattere anche fin troppo irascibile e presuntuoso che lo contraddistingueva.

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La stessa carriera di Djalminha è un inno all’irregolarità: dei suoi 16 anni di professionismo si ricordano soltanto sparute gemme tecniche, folli invenzioni, sghembe movenze circensi e una diffusa sensazione di estraneità verso il concetto apicale di collettivo, nonostante un clamoroso titolo di campione di Spagna col Depor.

Djalminha era così, genio e sregolatezza, viveva  tra estro e pura follia , la più classica delle rappresentazioni del calcio di strada. Dopo gli anni nella madre patria, dove si aveva la netta impressione di trovarsi davanti ad un talento purissimo : un sinistro rarefatto, incontenibile per le sue innumerevoli sfaccettature, un genietto di strada trasportato direttamente al massimo livello del professionismo senza aver perso alcun tratto genetico del suo stile di gioco durante il percorso .Accetta a 25 anni una chiamata inaspettata dal Giappone, a Shimizu. Che Indubbiamente la scelta sia stata legata al peso economico non è neanche in discussione, forse però dietro c’era anche ben altro , qualcosa che suona allo stesso tempo come una disperata fuga da se stesso.

La sua natura e il suo talento sono i  due opposti di un soggetto difficilmente inquadrabile. Djalminha è uno di quei portatori sani del futbol moleque  ( il calcio fanciullo) .Un modo di porsi sia in campo che nella vita che richiama alla mente la spensieratezza e la gioia infantile affiancate da quel giusto grado di istintività che sgorga e trae legittimazione direttamente dal calcio di strada , da quel tipo di calcio che in Brasile ogni bimbo fin da piccolo pratica inseguendo il sogno di una vita.

Dopo di lui soltanto Neymar è stato ed è  capace di creare invenzioni simili con la palla e di avvicinare un intero popolo a quella natura naif e ludica che sta alla base del calcio inteso come gioco. Ma Neymar è al tempo stesso un fuoriclasse affermato, un brand globale, un professionista esemplare, un’icona dell’establishment pallonaro: la raffigurazione in calzettoni dell’Ordem e Progreso. Tutte dinamiche che al contrario, Djalminha ha sperimentato su di sé.

Dopo il pallone d’oro brasiliano del ’96, vinto nonostante un campionato paulista con più ombre che luci per la squadra di Scolari, Djalminha arriva a La Coruña . È in Galizia, terra di confine e asprezze, che il genietto di San Paolo riesce per la prima volta a lasciare il segno a 27 anni. In un contesto che non vive di forti pressioni , il brasiliano riesce ad ambientarsi e a dare progressivamente sfogo alla sua personale visione del calcio: i suoi dribbling, i suoi tricks assurdi, le sue irriverenti, barocche lambretas appartengono al pubblico che paga il biglietto di ingresso al Riazor.

15 secondi che ci consegnano un master in swag tenuto da Djalminha sui campi della Liga.

Eppure Djalminha ha fatto appena in tempo a lasciare un ricordo nitido di sé, proprio grazie al fatto di essere un creativo puro in un’epoca di passaggio, quella tra la fine dei ’90 e l’inizio degli anni zero, mentre il calcio si espandeva vertiginosamente a fenomeno globale, mediatico.

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Un giocatore che, all’apice della carriera, era visto quasi come un supersub da utilizzare se il piano gara avesse trovato complicanze o se si fosse rivelato errato. Djalminha era l’elemento instabile, la materia altamente infiammabile che poteva incendiare il campo, sempre se in giornata o forse meglio dire se in pace con se stesso.

Esiste poi anche una componente di scherno, di manifesta superiorità da sbruffone da cortile nel suo gioco che lo accomuna ad altri freak assoluti come Denilson. L’estro e la sua inventiva in campo erano i capi di un filo conduttore che fin da sempre lo ha caratterizzato in tutta la sua sregolatezza. Uno per cui perdere completamente la testa: disperarsi per scelte incomprensibili o esaltarsi per giocate non riproponibili a certi livelli e, soprattutto, in certi contesti.

E’ contro i colossi del calcio , le grandi di Spagna che l’anima candida di Djalminha si materializza come una personalità irrefrenabile, dando libero sfogo al suo futbol moleque. 

La sua capacità di controllare la palla in spazi inesistenti,di saltar l’avversario in un fazzoletto,  di riscrivere le regole del controllo orientato con primo dribbling annesso e di materializzare laser-pass spesso illeggibili per i compagni lo hanno portato ad esser fin troppo amato dentro i confini del Riazor. C’è chi lo ha ribattezzato Genio, El Mago, O Dios.  Poco importava di quel suo carattere così irruento e fin troppo irascibile , davanti a giocate simili  si applaude e giù il cappello.

Chiudere un triangolo al limite dell’area, facendolo in rabona con annesso tunnel al centrale in uscita e mandando in porta il compagno: ✓.

Djalminha è un’opera barocca, ricca di zelo manierista, che si muove all’interno di un contesto controllato e fin troppo legato a schemi che ostacolano  quel suo modo a colori di intendere e interpretare il calcio.

In definitiva, si può decidere di rifiutare Djalminha, pensare che rimanga un freak o uno sbruffone da garbage time; oppure abbracciarlo nelle sue variegate sfaccettature e comprendere fino in fondo la sua natura di splendido incompiuto, di stravagante anomalia prestata al calcio.

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